G. S. Nuova Oregina Genova  
 
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Fabio G. Mori
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Oregina nella Cultura

- il quartiere - immagini di ieri - immagini di oggi - cultura -

     
       
   

Salita di Oregina

Di questa strada, fatta mille e mille volte

conosco le pietre, l’erba e i gatti.

Conosco le case basse e strette:

hanno i colori del tempo e il ricordo del mare.

C’è un vecchio alla finestra:

fuma, mi guarda e mi saluta

con un cenno gentile: io lo saluto

ma non lo conosco.

E mentre mi allontano

sento voci di piatti e posate, la radio accesa

e mugugnare la moglie e il gorgoglìo dell’acquaio,

l’odore dell’aglio, il sapore del vino, quello del pane.

Della strada, di nuovo, conto i gatti e le pietre

mentre un’ansia nuova mi appesantisce i passi:

mi fermo per volgere indietro lo sguardo

lungo le pietre e le case e il muschio di quella strada,

per cercare quegli occhi, quel cenno, il tempo.

Ma il vecchio è rientrato

e ha incominciato a cenare,

in silenzio.

 

poesia di Pippo Piersantelli

tratta da "serotonie" luglio 1997

 
     
 
  Giorgio Caproni  
 

La funicolare

 

 

 
1.
Interludio
 
E intanto ho conosciuto l’Erebo
– l’inverno in una latteria.
Ho conosciuto la mia
Prosèrpina, che nella scialba
veste lavava all’alba
i nebbiosi bicchieri.
 
Ho conosciuto neri
tavoli – anime in fretta
posare la bicicletta
allo stipite, e entrare
a perdersi fra i vapori.
E ho conosciuto rossori
indicibili – mani
di gelo sulla segatura
rancida, e senza figura
nel fumo la ragazza
che aspetta con la sua tazza
vuota la mia paura.
 
2.
Versi
 
Una funicolare dove porta,
amici, nella notte? Le pareti
preme una lampada elettrica, morta
nei vapori dei fiati – premon cheti
rombi velati di polvere ed olio
lo scorrevole cavo. E come vibra,
come profondamente vibra ai vetri,
anneriti dal tunnel, quella pigra
corda inflessibile che via trascina
de profundis gli utenti e li ha in balía
nei sobbalzi di feltro! È una banchina
bianca, o la tomba, che su in galleria
ora tenue traluce mentre odora
già l’aria d’alba? È l’aperto, ed è là
che procede la corda – non è l’ora
questa, nel buio, di chiedere l’alt.
 
È all’improvviso una brezza che apre,
allo sbocco del tunnel, con le spine
delle sue luci acide le enfiate,
fragili vene piú lievi di trine
sanguigne e di capelli dentro gli occhi
d’improvviso feriti – è d’improvviso
l’alba che sa di rifresco dai cocci
e dai rifiuti gelidi, e sul viso
scopre pei finestrini umidi un’urbe
cui i marciapiedi deserti già i primi
fragori di carrette urgono. A turbe
s’urgono gli spazzini cui gli orecchi
ha arrossato una sveglia urlando l’ora
nel profondo del sangue, neppur qua
può aver tregua la corda – non è l’ora
questa, nel caos, di chiedere l’alt.
 
E lentamente, in un brivido, l’arca,
di detrito in detrito, entro la lieve
nausea s’inoltra – oscillando defalca
i mercati di pesce e d’erbe, e il piede
via sospinge di felpa oltre le bianche
rocce del giorno. E laddove un colore
di febbre la trascorre sulle panche
ancora intorpidite, a un tratto al sole
ahi quale orchestra frange fresca il mare
col suo respiro di plettri. Col rame
d’un primo melodioso tram nel sale
di cui l’etere vibra, fra il sartiame
d’un porto ancora tenero un’aurora
ecco di mandolini entro cui già
ronza chiusa altra spinta – ecco un’altr’ora
in cui impossibile è chiedere l’alt.
 
E via per scogli freschissimi ed aria,
nella tremula Genova, l’antico
legname della barca a fune in aria
nero travalica i ponti – l’intrico
scande d’obliqui deviamenti, e giunge
per terrazze a conoscere l’aperta
trasparenza del giorno. Ove se punge
umido ancora l’occhio una piú certa
scoscesa di cristalli e ardesie, a vela
guai se spinge l’utente oltre il dosato
passo del cavo l’incanto! Si vela
il vetro al vaporoso grido, e il fiato
in nebula condensa la parola
che in nomi vani appanna l’aria – la
cristallina presenza entro cui l’ora
giusta è sfuggita di chiedere l’alt.
 
L’ora che accendono bianche le tende
agitate alla prima brezza, e al mare
reca ragazze il cui sciame discende
fresco le scalinate – arde di chiare
maglie la lana e l’acuta profluvie
di capelli e di risa, e gli arrossati
calcagni acri nei sandali tra esuvie
di conchiglie ristora e vetri. I lati
vibrano della muta arpa che inclina
unicorde a altre balze, ma già un Righi
rosso da un’altra Genova la cima
tira inflessibile al cavo – dai gridi
l’arca e dalle persiane verdi l’ora
stacca come un sospiro, oltre cui sta
di specchiere freschissime la sola
stanza ove lieve era chiedere l’alt.
 
E la mano, chi muove ora? chi accende
la mano corallina che saluta
trasparente di sangue, ora che intende
di soprassalto la barca la cupa
mazza di mezzogiorno sul bandone
ondulato che rulla? A un’Oregina
grigia di casamenti ove il furgone
duro s’inerpica, ahimé se una prima
nube la copre mentre una sassata
fa in frantumi quel sangue – mentre oscura
l’ombra del carro la frigida erbata
fra il pietrisco e i bucati, e a lungo d’una
guerra ch’è esplosa a squarciagola, scola
come a grandine un tetto! Forse è qua
che si teme l’arresto? o forse è l’ora
fra i panni scialbi di chiedere l’alt?
 
Forse qui è l’urto… Ma no! allo Zerbino
alto sopra le carceri, nel grigio
fiato di tramontana ora un bambino
corre ancora di piume – porta il viso
ad un palmo dai vetri, e se scompare
nel colpo che di tenebra riannera
l’aria, fra le rovine d’aria appare
dei genovesi in raduno la nera
mutria – la gara a bocce che il fragore
ai lentissimi passi placa, e in rima
i colpi delle bocce col nitore
entro l’arca di colpe chiude. Inclina
l’arca a quel peso di buio, ma ancora
non l’arresta il suo cavo – via la fa
scivolare in silenzio verso altr’ora
d’un piú probabile labile alt.
 
E i fanali… Che sera è mai accaduta?
quale notte prelude? Una sterrata
zona scintilla di cocci e di muta
luna, ch’ora un silenzio copre e aerata
luce di pioggia promessa. La prua
volge l’arca a Staglieno, e se la mano
porta l’utente alla bocca, la sua
fronte è spruzzata a un tratto da un lontano
sciame di gocce gelide che al cuore
l’abbandono impediscono. Giú i vetri
tira, ma ormai una musica incolore
altri vetri infittisce – rada stria
di lucori la notte, e all’inodora
promessa sorvolando muta, la
cheta barca procede verso altr’ora
forse piú giusta di chiedere l’alt.
 
E intanto, quale fresca pioggia cade,
notturna, sulla buia funivia
che lentissima scivola e pervade
di silenzio la zona? Mentre via,
via essa ascende vibrando sottile
nella tenebra dolce, da una loggia
che una nebula sciacqua, altra sottile
acqua d’argento s’accende – è una pioggia
piú fresca del respiro che dal mare
all’utente apre il petto, ora ch’ei tocca
timido il fildirame cui trasale
lontanissimo un timpano. La bocca
apre stupita a quel trillo, ma ancora
sulle lastre lavate la città
dal profondo altre voci porge – altr’ora
in cui il nichelio non può segnar l’alt.
 
E la funicolare dolce dove
sale, bagnata e celeste, nell’urna
della città di mare umida? dove,
col suo cavo oliatissima e notturna,
altri scogli raggiunge e una sfilata
di ragazze in amore? A marinai
porgono, andando, la spalla spruzzata
sulle selci ove cantano – ove mai
cadde minuta una pioggia piú fresca
sul tepore degli aliti. E sul mare
che ancora tenerissimo rinfresca
col suo lume la notte, ahi se compare
fra le nubi una luna di cui odora
come un pesce la pietra!… Perché qua
non s’arresta la corda? perché l’ora
neppure in sogno è di chiedere l’alt?
 
Oh, una brezza ha potenza, e via trascina,
con il cavo inflessibile, anche il suono
di quei sandali freschi e della prima
voce che si alza sulle altre. E nel tuono
bianco che il mare fa sulla banchina
superata dall’arca, in un lucore
nuovo una nebbia l’appanna – è la prima
luce d’un’alba che non ha calore
di figure e di suoni, e verso cui
l’arca silenziosissima sospira
la sua ultima meta. Ma nei bui
bar lungomare, ohimé la lampadina
che a carbone s’accende per la sola
donna che lava in terra – che già sa
fra i bicchieri del latte ove sia l’ora
in cui l’utente può chiedere l’alt!
 
Perché è nebbia, e la nebbia è nebbia, e il latte
nei bicchieri è ancor nebbia, e nebbia ha
nella cornea la donna che in ciabatte
lava la soglia di quei magri bar
dove in Erebo è il passo. E, Proserpína
o una scialba ragazza, mentre sciacqua
i nebbiosi bicchieri, la mattina
è lei che apre alla nebbia che acqua
(solo acqua di nebbia) ha nella nebbia
molle del sole in cui vana scompare
l’arca alla vista. La copre la nebbia
vuota dell’alba, e la funicolare
già lontana ed insipida, scolora
nella nebbia di latte ove si sfa
l’ultima voglia di chiedere l’ora
fra quel lenzuolo di chiedere l’alt.
 

 
         
 
       
Autore:Linus (pasqualino.ferrentino@softeco.it)
Viaggio in Italia, Genova
 

Tratto dal Newsgroup:it.arti.scrivere
Data:2001-05-16

Salita Oregina


C'è una salita a Genova, una delle tante, che ha condizionato buona parte della mia vita: salita Oregina. Ora che sento di doverle dare l'addio mi piacerebbe ricordarne la storia, i sentimenti che l'hanno resa per me così importante, quasi un luogo di meditazione.
Salita Oregina collega la stazione Principe ad, appunto, la chiesa N.S. di
Loreto a Oregina. E' pedonale, lastricata con mattoni rossi al centro e
pietre ai lati. E' divisa nettamente in due tronconi da una strada che la
taglia perpendicolarmente (in pianura, almeno per quel tratto): via Napoli, sia in senso fisico che strutturale.
Salita Oregina bassa (da Principe a via Napoli) è piuttosto larga ed è anche densamente abitata: si sono palazzi che vi si affacciano da entrambi i lati e, in genere, anche se non carrozzabile, i suoi gradoni sono poco altri e molta gente riesce a percorrerla in moto.
La parte alta, invece, è più stretta e più ripida. Sebbene ci siano molti
palazzi intorno nessuno di essi ha l'entrata proprio sulla via, tranne due
eccezioni: un convento poco più su di via Napoli (ora in qualche misura in disuso) e la scuola media Aldo Gastaldi subito prima di arrivare in cima.
La parte alta è quella che maggiormente colpisce di più perché solitaria,
stretta, per un buon tratto fiancheggiata da un muro poco ospitale, con i cocci di vetro in cima. Ci sono solo tre vie di fuga da quel budello (a parte l'entrata e l'uscita): le prime due fanno parte di una stessa viuzza che la taglia in orizzontale, di cui una parte scende verso via Napoli (circa trecento metri prima dell'entrata "ufficiale" e discretamente più in basso) e l'altra verso l'incrocio fra via Boine e via Casartelli , via dove abitavo; via Boine poi si ricollega a via Napoli con una breve discesa.
Possiamo quindi immaginarci la prima parte di salita Oregina come un delta di un fiume che, da quell'incrocio, porta a via Napoli in tre punti diversi (ho detto "prima parte", in realtà, se vogliamo mantenere la similitudine del delta, sarebbe la foce, e quindi l'ultima, come acque che, cadendo, si siano divise in tre rivoli per arrivare al torrente principale, che sarebbe via Napoli).
Così come via Almeria, la prima parte di corso Ugo Bassi, via Spinola, via Napoli sono la salita Oregina bassa in formato automobilistico (ci passano gli autobus 35 e 33), così via Boine è l'equivalente di salita Oregina "alta". Più tortuosa, arriva ugualmente alla scuola Gastaldi, proprio alla fine della salita, dopo tre o quattro tornanti abbastanza stretti e disagevoli (grazie anche alle macchine parcheggiate) perciò vi sconsiglio di percorrerla se avete una macchina lunga. In ogni caso, ora è a senso unico in discesa.
La terza via di fuga è una lunga rampa di scale che, subito prima della fine della salita, a sinistra per chi dà le spalle al mare, fiancheggia la scuola e si collega a via Boine. Esiste anche una seconda entrata nella scuola, quasi in fondo a questa rampa, che porta direttamente in palestra.
Non ho ancora specificato, o almeno tentato di dare, una stima della sua lunghezza. A occhio e croce, per andare da Principe ad Oregina un buon camminatore ci mette una mezz'ora, divisa abbastanza equamente fra le due parti (probabilmente la prima è più lunga, ma meno ripida).