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03 febbraio 2007
la follia e
l'ipocrisia
Riprendere proprio oggi
l'editoriale è veramente difficile, ma allo stesso tempo sembrava
l'unico modo per esprimere un commento, ragionare insieme sulle
tragiche notizie che da ieri sera per la cronaca, e per chi scrive,
telespettatore molto distratto, da stamattina all'alba, motivo di
lavoro e comunicazione con tutti i livelli societari interessati,
continuano a torturare come un tarlo crudele ogni pensiero.
Siamo qui, fermi, orfani del
calcio dei nostri ragazzi, non certo di quello degli stadi pieni e
impazziti, ma del calcio dei campetti in sintetico quando va bene,
coi genitori e i nonni intorno, le grida gioiose e le risate dei
ragazzini.
A volte anche le loro lacrime, ma
sono lacrime che rapidamente si asciugano, per lasciare il passo ad
un nuovo sorriso.
C'è chi da ieri sera non potrà più
donare il suo sorriso ai figli, bambini, ragazzi come quelli che con
la nostra maglia ogni settimana scendono in campo.
C'è chi la settimana scorsa ucciso
dalla stupidità di ragazzi poco più adulti dei nostri figli, veniva
ieri ricordato per un minuto dagli stessi che un'ora dopo avrebbero
fatto altro lutto.
Si ferma allora tutto e fino a
quando?
Si ferma la Nazionale, si fermano
i campionati delle stelle e dei miliardi di euro, si fermano i
dilettanti e le categorie giovanili.
Fino a quando?
Fino a che i grandi saggi
decideranno che basterà firmare una risoluzione, un decreto, una
legge, un pezzo di carta dove starà scritto che è vietato uccidere
un poliziotto davanti ad uno stadio.
Ecco, il miracolo sarà fatto, il
danno sarà deplorato, i politici smetteranno di essere indignati, i
giornalisti non più scandalizzati avranno altro di cui parlare,
altre pagine da riempire ed altri giornali da vendere, il mondo
dello sport si sarà lavato la coscienza nel catino dell'ipocrisia,
l'onore sarà salvo , i colpevoli severamente puniti, la curiosità
morbosa soddisfatta.
Ma resterà una vedova e due
bambini senza un padre e senza un perchè, resterà come tante altre
volte un senso di vuoto che non riusciranno a colmare con le belle
parole e le espressioni serie, tanto meno con la certezza che tutto
ciò non si potrà mai più ripetere.
Non perchè il poliziotto ucciso a
Catania sia diverso dal carabiniere ammazzato da un rapinatore, o
dal poveraccio strappato alla vita da un ubriaco al volante. la
morte lascia sempre in chi rimane il dolore ed il rimpianto, spezza
sogni e cancella speranze.
Stavolta non solo non si è potuto,
ma nemmeno si è voluto evitare una tragedia, quando si sapeva che
qualcosa sarebbe successo, quando Licursi una settimana prima moriva
per una partita di terza categoria, come quando "Spagna" dodici anni
fa finiva ammazzato dalla lama di un deficiente e qualche addetto ai
lavori ben noto protestava per non interrompere la partita, quando
moriva Vincenzo Paparelli a Roma con un razzo in un occhio, ma ora i
razzi si
continuano a sparare nonostante si legiferi che allo stadio
non possono entrare materiali del genere, come quando moriva ad
Avellino un ragazzino per entrare senza pagare il biglietto, ma ogni
domenica un terzo degli spettatori entra senza biglietto, come
quando un padre spacca un ombrello sulla testa di un altro padre ad
una partita di pulcini 98, come quando c'è allo stadio chi se non la
pensi come lui ti spacca la faccia a pugni, come quando troppe volte
si dimentica a casa il cervello credendo che una gradinata di gente
ti renda invisibile ed impunibile.
Troppe, troppe volte tragedie
così, accadute o soltanto sfiorate, negli stadi italiani, ma ogni
volta, dopo che le serie facce indignate dei politici hanno riempito
gli schermi televisivi, dopo che si è giurato e promesso pugno di
ferro, dopo che si è minacciato e alzato il dito indice contro
ultras, gruppi organizzati, fazioni politicizzate, simbologie e
atteggiamenti, ogni volta, si è nemmeno troppo lentamente tornati ad
una "normalità" fatta di violenza e permessivismo.
Troppo facile pensare di chiudere
gli stadi, sapendo che non si farà mai altro che spostare il problema
all'esterni di essi, troppo semplice pensare di far pagare i danni
alle società di calcio, dando così ulteriori armi di ricatto ai
delinquenti, troppo comodo scaricare le colpe sul degrado e
sull'ignoranza.
Già si inizia a dimenticare chi è
morto ammazzato per fare i conti su quanto denaro perderanno le
società e quanti gravitano intorno al pianeta calcio, per questa
giornata cancellata.
Lasciamo allora fuori il gioco dei
nostri ragazzi dalla sporcizia degli adulti e dell'ipocrisia.
Lasciamoli giocare perchè la loro
presenza in campo sia la bandiera dello sport vero, dell'assenza di
ogni violenza e di ogni intemperanza.
Però, seduti con loro, magari al
chiuso dello spogliatoio, raccontiamo loro quanto è accaduto oggi, e
perchè è accaduto.
Raccontiamo ai nostri ragazzi
quanto possono essere stupidi gli uomini, e quanto male possono
fare.
Invitiamoli a riflettere insieme a
noi, e poi a scendere in campo giocando la loro partita anche per
l'ispettore capo Raciti, anche per il dirigente Licursi, anche per
Claudio e Vincenzo, e per tutti i morti dell'Heyssel, e per tutti
gli alti, dimenticate vittime di un sistema che non ha nulla a che
vedere con lo sport.
Vero Tonino?
FGM
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17 ottobre 2006
...Quasi un seguito
ideale
L'abitudine dell'editoriale vi aveva
lasciati con qualche interrogativo importante alcuni mesi fa, ed era
giusto in quel momento sospenderne la pubblicazione, perchè ci
trovavamo in un importante momento di transizione, e perchè
probabilmente la stagione aveva già detto ciò che aveva da dire.
Ad inizio di questa nuova stagione,
corrisponde puntualmente il ripresentarsi di situazioni quanto meno
fastidiose, tali da far dire ad un allenatore d'esperienza, che dovrà
riabituarsi ai campionati dei "non più esordienti" per così dire.
Lo sfogo, ma in fondo
l'incoraggiamento forte, giunto dal Mister della squadra Allievi,
rappresenta quanto molti di noi pensa a proposito del modo di
interpretare il calcio giovanile, lo sport giovanile in genere, ma in
particolare questo, che di sport potrebbe ancora avere i connotati,
purtroppo spesso schiaffeggiati e presi a pugni dall'incontro con la
realtà delle squadre vincenti.
Già, ci sono le squadre, o le
società, o gli allenatori, che possiamo definire "vincenti", e quelli
che fanno "formazione".
Una bella differenza, sostanziale e
sostanziosa, vero?
Provate a leggere la pagina dedicata
all'allenatore nella sezione tecnica, e avrete un'idea di cosa
significa.
Noi lo sappiamo bene invece, e non
amiamo definirci "non vincenti" o peggio "perdenti", perchè siamo
fermamente convinti che sia giusta la strada che abbiamo deciso di
percorrere, che percorriamo insieme da vent'anni ormai, e che se porta
difficilmente alla bacheca dei trionfi, ci conduce però ad immense
soddisfazioni, che si chiamano con ognuno dei nomi dei ragazzi che ci
hanno dato la loro fiducia ed il loro contributo in termini di
passione, sudore, impegno, grinta e perchè no, amore per la maglia.
Vorrei che i ragazzi che sabato
hanno conosciuto e provato l'altra faccia del calcio, si guardassero
negli occhi e tutti insieme decidessero di ripartire, da dove si erano
fermati, dall'ultimo allenamento prima di quella partita, e fa niente
se i punti non arrivano: arriveranno, arriveranno le vittorie, e ci
saranno altre sconfitte, forse e probabilmente qualcuna anche più
bruciante di quella fresca e recente, ma, dato il cuore in campo,
sapranno di avere al loro fianco tante altre persone, che li ammirano
per il loro coraggio e la loro voglia di essere più forti di chi forte
lo è troppo facilmente.
Le prospettive che cercavamo
nell'ultimo editoriale di marzo non sono svanite con il dissolversi di
una leva, ma anzi restano più forti e più consolidate, dalla certezza
di avere nei nostri colori una squadra che saprà diventare squadra
veramente, superando le insicurezze, e fiera, pur quando battuta di
rendere l'onore all'avversario quando leale e corretto quanto noi
sappiamo di essere.
In bocca al lupo Squadra Allievi, e
che questo in bocca al lupo sia d'auspicio per ogni nostra squadra:
non siamo inferiori a nessuno.
FGM
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31marzo 2006
Prospettiva
introspettiva
Di questo editoriale è cambiato quasi
tutto: contenuto e data.
Si salva il titolo perchè abbiamo capito
che pur cambiando il senso dell'articolo, non cambiavano le ragioni che
ci avevano spinto a scriverlo, pur cambiando radicalmente la
prospettiva, non cambiava quel modo introspettivo, appunto di guardarsi
dentro alla ricerca del quanto è giusto ciò che facciamo, o quanto è
sbagliato ciò che facciamo.
Le due cose apparentemente
assolutamente in antitesi tra di loro, possono invece essere parti di un
unica ragione: la vista prospettiva della nostra attività spostandoci
avanti lungo una ipotetica curvatura temporale, per non più di qualche
mese, forse qualche anno.
Quale futuro attende i nostri ragazzi,
i ragazzi che imparano calcio nella nostra società, nel breve e nel
medio termine? Quale strategia societaria sarà vincente in merito alla
gestione della scuola calcio dal momento che per una singola leva cessa
di poter essere definita soltanto scuola calcio, ma per l'età anagrafica
dei giocatori viene a diventare un transito, un tramite diretto e
ravvicinato con il calcio adulto?
In questa stagione la scuola calcio
conta poco meno di duecento bambini, non equamente suddivisi in sette
formazioni per età considerando come un'unica squadra la nidiata dei
bambini dal 1997 al 2000 e qualche inevitabile mescolamento per le
formazioni di età maggiore, quindi con gli 89/90 in categoria Allievi, i
91/92 nei Giovanissimi e poi le leve pure 93, 94, 95 e 96 pur nelle
situazioni numeriche e qualitative più diverse, ma solidamente attive.
Mentre i campionati si avviano al
termine, non troppo lontano, benchè alla fine della stagione sportiva
manchino ancora tre mesi pieni, iniziamo già a ragionare
dell'organizzazione per il prossimo anno, visto che dopo il rompete le
righe tassativo del 30 giugno, passerà rapidamente l'estate per
ritrovarci ad inizio settembre con l'apertura del ritiro estivo in
Trentino, e subito dopo con il consueto raduno di tutte le squadre che
darà finalmente il via alla ripresa degli allenamenti e delle prime
amichevoli.
Il compito organizzativo ovviamente
coinvolge diversi settori della società, primi fra tutti i direttori
sportivi con la collaborazione dei dirigenti responsabili e degli
allenatori, ma anche il settore amministrativo e la segreteria.
Coinvolge però, anche i ragazzi e le
loro famiglie, e per questo, nelle ultime settimane e nei prossimi
giorni, si tengono importanti riunioni con i genitori delle leve più
giovani, ma anche direttamente con i ragazzi più grandi, che,
seppure non ancora maggiorenni, sono però chiamati ad esprimere le loro
valutazioni sulla stagione in corso, i desideri, le aspirazioni, le
intenzioni, per la prossima stagione.
Appunto da questi giovani prende
spunto l'editoriale, e vogliamo ragionare sul percorso che la società
vorrebbe tracciare per loro, portandoli, attraverso una breve serie di
stagioni di transizione e formazione specifica, a diventare entro
margini di tempo quanto più ridotti possibile, ad essere la base della
nostra nuova Prima Squadra, a cui purtroppo, abbiamo dovuto rinunciare
questa stagione.
A questa prospettiva stiamo lavorando
e su questo abbiamo ragionato con quello che in termini di legge si
suole definire l'atteggiamento del buon padre di famiglia, cercando cioè
la soluzione giusta che permetta di garantire continuità ed un futuro
nelle nostre fila ai ragazzi più grandi, nei limiti di sacrificio che ci
sono consentiti dalle nostre dimensioni, e nello stesso tempo ci
consenta di creare le basi per un futuro altrettanto garantito per le
leve dei piccoli.
Non sappiamo ancora se questa sarà la
strada maestra che ci condurrà alla prossima stagione, ne tanto meno
sappiamo se sarà quella giusta, ma siamo convinti che il tempo potrà
darci le corrette indicazioni anche per apportare quei piccoli cambiamenti
che si renderanno necessari strada facendo, mantenendo la direzione intrapresa.
Il progetto nasconde una certa
ambizione, ma nasconde anche alcune insidie, se è vero che a fronte di
un grande impegno organizzativo ed economico della società, deve
corrispondere necessariamente un entusiasmo non solo iniziale ed una
serietà di intenti notevole, da parte dei ragazzi che vi saranno
coinvolti.
Se da una parte la società pensa di
sviluppare la sua politica sportiva nella direzione indicata, anche per
offrire alle leve più giovani stimoli maggiori in prospettiva di una
"carriera" che non si fermi alle giovanili ed alla scuola calcio, ma
possa proseguire nell'ambito della stessa squadra con il raggiungimento
dell'obiettivo prima squadra, deve però esserci soprattutto in questa
fase iniziale la consapevolezza dei ragazzi che per primi andranno ad
affrontare questo esperimento, della responsabilità che li aspetta,
dovendo non rappresentare più soltanto se stessi, come singoli o come
gruppo di squadra, per la sola finalità degli intenti ravvicinati nel
tempo di un singolo campionato o di un singolo risultato, ma con la
finalità di costruire un gruppo solido su cui contare per diventare
negli anni a venire prima incubatrice, poi modello per le generazioni di
piccoli calciatori che si avvicinano ogni anno alla nostra piccola
società. Questo richiederà un estrema serietà ed applicazione, nel
partecipare con costanza agli allenamenti, nelle direttive degli
allenatori, che ovviamente godranno della piena fiducia della dirigenza,
e richiederà inoltre una buona dose di pazienza, perchè una squadra
destinata a dar corpo ad una realtà di calcio adulto, seppure
dilettante, non si inventa e non si consolida in una sola stagione,
neppure quando già le basi create da anni di scuola calcio ci sono e
sono solide.
Tutto questo molto bello anche se
molto complicato?
Molti della generazione di quelli che
ora sono genitori, se da bambini e da ragazzi hanno frequentato a loro
volta una scuola calcio, avrebbero probabilmente fatto carte false ed
una serie di salti mortali con avvitamento all'indietro, di fronte alla
possibilità di essere chiamati a costruire una prima squadra, seppure
per una società che punta maggiormente alla socializzazione che al
risultato sportivo.
La cultura del calcio nasceva nelle
vie e nelle piazzette, e la scuola calcio era il miraggio da
raggiungere, quella che ti battezzava come "calciatore" comunque, anche
se avevi dodici anni, ti inquadrava e ti dava una divisa, dei colori da
sfoggiare addosso e la possibilità di confrontarti con avversari veri,
ragazzi come te, con addosso colori diversi ma con le stesse ambizioni
che ovviamente quasi mai, quasi mai si realizzavano. Lo sapevamo
benissimo, ma era importante esserci, giocare, da luce a luce, fintanto
che il
pallone si vedeva e non si confondeva grigio con il grigio della terra
battuta ed il grigio del cielo che scuriva la sera.
I campi sintetici, cancellando forse
la poesia di quei pomeriggi, si sono portati via anche parecchio
dell'entusiasmo dei ragazzi che oggi giocano a calcio e forse credono
troppo alle belle favole che vengono raccontate in televisione, credono
troppo di essere qualcuno quando solo essere veri uomini vuol dire
essere qualcuno, e solo il rispetto per l'avversario e per le regole,
vuol dire essere uno sportivo, quando solo la tenacia e l'impegno, il
coraggio e l'onestà, significano essere dei campioni da ammirare ed
imitare.
Dobbiamo avere il dubbio che queste
prerogative non siano proprie dei nostri ragazzi e che alla possibilità
di essere squadra, questi preferiscano essere nessuno in mezzo a tanti
nessuno?
Tiepida l'accoglienza delle nostre
proposte, tiepida la voglia di fare e di essere, tiepido l'entusiasmo
per una nuova avventura, che seppure sappiamo potrebbe iniziare nella
difficoltà di reperire qualche nuovo elemento, nella difficoltà di
superare un anno non esaltante sotto il profilo del gioco, dei
risultati, dell'affiatamento, nella difficoltà di imparare a conoscere
un nuovo tecnico e metodi differenti dal passato, sappiamo potrebbe
riservare anche belle sorprese e soddisfazioni per tutti ed in
particolare proprio per i ragazzi che ora sono più insicuri.
Non è un caso che proprio alcuni su
cui puntavano maggiormente le speranze per costruire un solido nucleo
alla nuova squadra, siano tra coloro che maggiormente tentennano davanti
alle proposte dalle società.
Bisognerebbe scavare a fondo nei tanti
perchè di questa stagione che va a finire, per trovare risposta ai dubbi
dei ragazzi, e questo è legittimo e giusto farlo dentro lo spogliatoio
ancor più che dentro
la società, non certo qui e non certo pubblicamente. Appunto per questo,
non troviamo giustificato l'atteggiamento forse troppo distaccato di
alcuni, tenuto di fronte alle idee messe sul panno dalla società, che sicuramente inventa
soluzioni perchè i ragazzi non debbano rinunciare ad una stagione
prossima, e magari disperdersi in altre società e squadre.
Eppure siamo sicuri che sarà di
stimolo sapere che la società crede nel loro lavoro e che punta ad
indicarli come icona raggiungibile alle leve più giovani, che potranno
imparare, crescere, allenarsi oggi, sapendo che davanti a loro non c'è
più il nulla, ma c'è da arrivare allo stesso traguardo dei fratelli
maggiori e se possibile superarlo per crearne altri più ambiziosi e
importanti.
Certo, se qualcuno vorrà non credere
in questo progetto, sarà libero di andare e di trovare magari e forse
maggior soddisfazione altrove, ma se i ragazzi che oggi fanno i
campionati allievi e giovanissimi, sapranno ritrovarsi insieme per
guardarsi negli occhi, e chiedersi cosa davvero si voglia da loro, e a
questa domanda sapranno rispondersi con una parola sola, che è
coraggio, allora potremo iniziare anche noi tutti a credere che per
la nostra società c'è ancora un futuro in cui credere, e che non siamo e
non siamo stati soltanto una via, una piazzetta, un parcheggio per i
tanti ragazzi che abbiamo imparato a chiamare i nostri ragazzi, e che
ora siamo sicuri sapranno e vorranno diventare uomini con il nostro stemma sul
cuore.
Allo stesso tempo, sapremo di aver
imboccato la strada giusta per tutta la società, patrimonio sociale e
socializzante di questo quartiere e di questo territorio, con i principi
di sport vero e di umanità.
Sarà bello che proprio nei vent'anni
dalla fondazione si crei qualcosa di nuovo ma di importante per il
futuro, con le basi della tradizione vive nei giovani di ieri che oggi
sono allenatori dei giovani di domani.
La parola coraggio vi fa paura?
FGM
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19
marzo 2006
Festa del papà
19 marzo. San Giuseppe, recita il
calendario. Tradizionalmente, Festa del Papà, con i
bambini che segretamente o quasi preparano a scuola disegnini e piccoli
gadgets da donare al loro papà, e questi che fino all'ultimo fingono di
non accorgersene.
<<Grazie, lo sapevamo tutti>> diranno
ora i più spiritosi lettori, mentre quelli meno portati alla curiosità
correranno con la mano velocemente al mouse per passare oltre ed
altrove. Fermi vi prego!
Un editoriale che si rispetti non sta
qui a fare la storia della festa del papà, per quanto ricorrenza
tiepidamente carina, in cui comunque, passati i venticinque secondi in
cui ricevuto il pensierino ringraziamo e sbaciucchiamo i nostri piccoli,
se va bene il pargoletto cerca di spillarci qualche euro per le figurine
o per l'uscita con gli amici.
Visto che qui siamo ospitati da una
associazione che si occupa di sport, e nel contempo fa proprio punto di
orgoglio la cura della
socializzazione e del rapporto intenso con la comunità ed il territorio,
ci piace utilizzare questa possibilità per considerare con qualche
profondità il "papà" dal punto di vista sportivo, in particolare, per
esperienza diretta, quale appassionato, dirigente, ma soprattutto, papà,
per quanto riguarda la mitica figura del "papà" di un giovane,
possibilmente giovanissimo calciatore.
Il papà del calciatore Non sarà mai un esemplare a rischio di
estinzione e vive in particolare ai margini dei campi da calcio grandi e
piccoli, senza distinzione tra il piazzale battuto dietro la parrocchia
e il moderno impianto in sintetico con annesso bar e punto di ristoro.
Conduce solitamente vita riservata
e tranquilla sino all'età adulta, quando, alcuni anni dopo aver generato uno o più
figli, preferibilmente ma non assolutamente maschi, inizia a manifestare
sintomi di irrequietezza, spesso accompagnati da un irrefrenabile
impulso che lo spinge a tirar calci a qualsiasi cosa abbia una forma
perlomeno tondeggiante, e nei fine settimana lo si vede spesso in
qualche parco o campagna intento a improbabili palleggi contrapposto
alla progenie spesso appena in grado di ergersi ed esprimersi.
Accompagna molto frequentemente le sue dimostrazioni con sproloqui
inquietanti circa non meglio specificate imprese calcistiche giovanili,
mentre con occhio leggermente appannato infierisce sul pargolo con
rappresentazioni più o meno allucinate di tocchi e movenze degne del
miglior Pelè do Nascimento.
Questo periodo è generalmente
caratterizzato da astenia e riduzione dell'attenzione, per cui viene
meno rapidamente il contatto con la realtà, che solo apparentemente si
ristabilisce, dopo qualche anno e lunghe cure, con l'infante giunto all'età
considerata matura, quindi intorno ai sei anni, (ma spesso già sin dal quarto-quinto
anno il cucciolo viene strappato dalle braccia del pupazzo di pezza
rappezzato preferito), che viene posto a ruota dell'esemplare adulto,
iniziando così un penoso peregrinare che lo porta in teoria a
ispezionare e valutare un cospicuo numero di società sportive, in realtà a bussare
disperatamente e vanamente a decine di porte, vantando inesistenti e millantate
conoscenze e scontrandosi con un consueto <<siamo completi>>, prima di
riuscire a scendere a bassissimi compromessi che permetteranno allo
spaesato fanciullo di fare il suo ingresso in un mondo completamente
nuovo e spesso terrificante, da cui forse non riuscirà mai più a
sottrarsi.
Sin dal primo inserimento della prole
nel branco,che da qui in avanti chiameremo per brevità "allenamento",
l'esemplare adulto, che da qui in avanti chiameremo per brevità "papà",
ostenta sicurezza e superiorità, pur controllando frequentemente di
sottecchi, i comportamenti di altri disperati già inseriti nel girone
infernale, che da qui in avanti chiameremo per brevità "genitori" che a loro volta, fingendo sorrisi di circostanza e
giovialità sproporzionate, si costringono ad accogliere nel gruppo così
esclusivo l'intruso.
Già, perchè considerati un unico
individuo, padre e figlio vengono alla prima, visti come possibili
rivali sul campo del proprio personale imprescindibile piccolo Jairsiñho,
e per questo si stabilisce immediatamente un muro di odio ferocissimo
tra il branco mannaro dei genitori ormai cementati dal tempo dietro la
rete di recinzione, e l'incauto pretendente all'iniziazione.
Solo il successivo penoso arrivo di
altra carne fresca permetterà al malcapitato di sottrarsi alla torma
bavosa, consentendogli inspiegabilmente di effettuare il cosiddetto
"salto del fosso" che si caratterizza con la totale o quasi accettazione
nel branco del papà semiveterano e in via subordinata del
pargolo-aspirante-calciatore, rinnovando ogni più triste attenzione nei
confronti dell'ultimo arrivato.
Studi approfonditi non sono ancora
riusciti a risolvere il mistero dell'accettazione nel gruppo dei nuovi
arrivati, ma si pensa secondo le teorie più accreditate, che i genitori,
che marcano in qualche maniera il "territorio" forse per mezzo di
ghiandole odorifere, riconoscano come appartenente al branco gli altri
esemplari che stazionano da abbastanza tempo sulla stessa area
geografica, che da qui in avanti chiameremo per brevità "campo". Si è
infatti osservato che spesso durante gli allenamenti dei cuccioli, ogni
singolo papà tende a posizionarsi sempre negli stessi punti, restando a
volte per ore in osservazione dei movimenti sul campo e lanciando di
quando in quando incomprensibili richiami.
Di particolare pregio, l'osservazione
"a bordo campo" dei comportamenti antropologici e del rapporto sociale
della specie.
Pur essendo i gruppi di genitori
formati perlopiù da individui maschi, si è notato che vengono a volte
accettati anche con qualche diffidenza iniziale, individui femmina, che
in breve tempo comunque si inseriscono nel branco iniziando poi ad
emettere richiami simili a quelli dei maschi, solo più acuti ed
insistiti.
Pur essendo apparentemente accomunati
in qualche forma civile, i papà che compongono il branco, si abbandonano
spesso ad atteggiamenti apertamente insofferenti, riottosi e a volte
violenti, arrivando perfino ad azzannarsi, prima di tornare rapidamente
nello stato quasi abulico e catatonico che contraddistingue il periodo
detto di allenamento, e sembra questo succeda in particolare periodo
temporale e ciclicamente, sempre prima del fine settimana ed
indipendentemente dalla luna piena.
Apparente causa della reazione del
papà, sembrano essere comportamenti e presunte decisioni dell'individuo
adulto posto a sorveglianza del gruppo di cuccioli, che da qui in avanti
per brevità chiameremo "allenatore".
Compito principale dell'allenatore,
nella gerarchia del branco, è di preparare i cuccioli allenandoli,
appunto ad affrontare la caccia settimanale, cui vengono scelti a
partecipare, di volta in volta solo i cuccioli più meritevoli o i più
intraprendenti.
Sembra però accertato che una certa
importanza nella scelta dei cuccioli rivestano anche i comportamenti del
branco adulto, seppure contrastanti.
Si è notato ancora, infatti, che
mentre potrebbe avere una certa ma relativamente breve influenza
sull'allenatore il comportamento aggressivo dimostrato dai papà maschio,
come già spiegato precedentemente, effetti molto più duraturi nel tempo
hanno addirittura i comportamenti meno rumorosi ma predominanti del papà
femmina, da cui qualche volta prendono esempio addirittura i rispettivi
esemplari di cuccioli, profondendosi entrambi in moine e ammiccamenti.
A questi risponde l'individuo
allenatore con suoni bassi ma di tono profondo, e lievi sguardi ebeti
accompagnati dallo scoprire della dentatura apparentemente senza
intenzioni aggressive.
Sovente sembra essere questa la
tattica appropriata per entrare a far parte dei cacciatori domenicali.
Bisogna dire che durante gli
allenamenti alla caccia, il papà osserva comunque attentamente non tanto
il proprio cucciolo, quanto quelli altrui, sentenziando poi con gli
altri papà in merito ad ogni episodio insignificante, e si nota qui la
propensione di quasi tutti gli individui allo stato adulto a svolgere il
ruolo dell'allenatore, evidentemente ancestralmente congenito.
E' ancora di particolare rilievo
l'osservazione delle attitudini sociali durante la caccia che viene
svolta principalmente la domenica, con qualche eccezione.
Curioso il rito del branco adulto, che
accompagna comunque i cuccioli alla caccia, osservandoli da postazioni
che per geo-morfologia ricordano quanto più possibile quelle assunte
durante gli allenamenti.
Il branco adulto, se riesce, circonda
completamente la zona di caccia, forse per impedire la fuga alle prede,
ma a volte mescolandosi arbitrariamente con individui provenienti da
altri branchi contrapposti, con i quali sembra non esistere peraltro
alcuna nemmeno lontana parentela di specie, limitandosi i gruppi a
girarsi intorno ringhiando e drizzando il pelo.
Il papà adulto, aizza alla caccia il
cucciolo utilizzando urla selvagge e un gesticolare frenetico
incomprensibile, ma che potrebbe essere un primitivo codice di
comunicazione.
Si riconosce l'esemplare adulto
insoddisfatto dall'osservazione delle vene sul collo, che appaiono
enormemente turgide, dalla sudorazione accellerata, e dall'estrusione
dell'occhio, più spalancato e arrossato quanto più è negativo l'esito
della caccia.
Sporadicamente si contano episodi di
attacco tra esemplari adulti, che sembrano preferire normalmente lo
scambio di insulti ringhianti a mezza voce accompagnati da cenni ironici
di superiorità.
La caccia di solito si conclude con
scarso risultato, poche prede e in genere un unica vittima, un esemplare
adulto di arbitrus astigmaticum, ma a detta del papà osservatore, questo
è comunque positivo in quanto "la prossima volta" sicuramente andrà
meglio, i cuccioli saranno più esperti, e le prede catturate più
numerose.
Stranamente peraltro, al termine della
battuta di caccia, sembrano contarsi più danni tra i papà, sia maschi
che femmine, che spesso stazionano ai margini della radura leccandosi a
vicenda le ferite, mentre i cuccioli, comunque sia andata la caccia, si
dedicano al gioco, rincorrendosi, beati loro, allegramente.
FGM
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15 marzo 2006
La marca degli
omogeneizzati
Non passa settimana
senza che qualcuna delle nostre squadre, si trovi ad affrontare i
giganti.
In particolare le leve più giovani, ma
con poche eccezioni anche le altre, trovano ad aspettarle avversari
nelle cui fila militano bambini fisicamente molto superiori ai nostri,
oltre che in parecchi casi, a parità d'età presunta, dotati di
preparazione tecnica visibilmente maggiore.
Al di fuori del risultato sportivo,
che se per i più piccoli passa facilmente in secondo piano, conta però
qualcosa, il particolare che impressiona, è che questi casi si
verificano (senza voler fare un processo) con le squadre
di società sicuramente e tradizionalmente "forti" e ricche di numeri per
l'ampio bacino di utenza, o per l'importanza storica che rivestono nel
calcio dilettantistico e giovanile.
Devo dire che fa male e dispiace,
quando ci rendiamo conto di avere di fronte prima ancora di iniziare a
giocare, una squadra ben difficilmente battibile, e in particolare, nel
calcio a sette riservato ancora ai più giovani, dove bastano due, tre
elementi "di peso" per determinare le sorti di ogni incontro. Quando poi
si vedono questi bambini (attenzione a non criminalizzare loro) che
scendono in campo mostrando assoluta e matura padronanza del pallone e
del gioco, fisicamente sovrastanti al più dotato dei nostri calciatori
in erba, normalmente dobbiamo limitarci a guardarci in faccia e
commentare sottovoce la possibile età di quei protagonisti.
Già, perchè alla fine ipocrisia vuole
che sia scambiato un tenero sorriso, e sia dimenticata ogni lamentela,
perchè in gioco ci sono bambini comunque, e perchè provare la malafede
significherebbe ogni volta fare una ricerca anagrafica accurata (non che
sia impossibile), e alla luce dei risultati di questa, denunciare i
comportamenti antisportivi.
Si preferisce glissare e ingoiare la
prepotenza, non già dei comunque piccoli atleti, ma delle loro società,
e non ultima l'indifferenza degli enti organizzatori, cui basterebbe per
limitare, se non per eliminare il problema, porre maggiore attenzione ai
tesseramenti ed alle distinte di gara dove spesso, troppo spesso, si
rincorrono gli stessi nomi.
Capisco che sia un lavoro difficile e
imponente, vista la quantità di squadre in gioco, e capisco che i
principi dello sport suggerirebbero un percorso di correttezza che deve
essere affidato anche e soprattutto alla responsabilità ed onestà dei
singoli partecipanti, e devo dire che da quest'anno si stanno in effetti
intensificando i controlli in particolare per evitare il doppio impiego
di giocatori nell'arco della stessa giornata di gara, ma continuo a
pensare che quelli che ti schierano contro il "colosso" di turno, sono
poi gli stessi che magari fanno pagare il biglietto di ingresso ai
genitori per assistere ai tornei, e vantano in una vetrinetta schiere di
coppe e trofei, ma sono gli stessi anche che fanno della selezione e
dell'emarginazione dei più scarsi, una dottrina da applicare sempre e
comunque.
Queste parole potranno essere tacciate
come risultato dell'invidia sportiva, a fronte dei risultati delle
nostre squadre, spesso mediamente negativi, ma ci sta bene di essere
sospettati di questi sentimenti, se di fronte abbiamo "peccati" che a
buon diritto possiamo ritenere ben maggiori.
Se siamo disposti a concedere
l'irregolarità sino dalle più tenere età, condizionati dal timore di
passare per i piantagrane di turno, per gli invidiosi, per i sempre
perdenti, commettiamo un grave errore, perchè non dovremo stupirci più
avanti quando crescendo i bambini diventeranno dei calciatori dilettanti
o professionisti, ma comunque calciatori, e ci accorgeremo che altre
soluzioni potrebbero rappresentare la strada più facile verso il
successo sportivo.
Se invece stiamo sbagliando tutto, e
ci vogliamo convincere che tutto è pulito nel mondo del calcio
giovanile, ricordiamoci almeno, la prossima volta che incontreremo "i
giganti" di domandare ai genitori cosa hanno dato loro da mangiare, sin
da piccoli.
Tutto dipenderà dalla marca degli
omogeneizzati.
FGM
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10 marzo 2006
...Arbitro...occhiali!
Mestiere difficile, quello
dell'arbitro.
I giornali del lunedì e i conduttori
delle trasmissioni televisive dedicate, fanno a gara a chi massacra
prima lo sventurato o gli sventurati arbitri colpevoli dell'errore di
troppo, e ogni settimana, loro, gli arbitri, anzi gli Arbitri, quelli
davvero importanti, fanno a gara a loro volta, a chi si suicida prima,
inventandosene di tutti i colori.
Quasi sempre colpevole di una
sconfitta è l'arbitro, e se i tesserati hanno qualche problema a
dichiararlo apertamente, tifosi e cronisti fanno anche loro a gara a chi
stringe prima il nodo intorno al collo del malcapitato fischietto.
Se poi il danno, e scusate il gioco di
parole, è a danno di una delle grandi, e d'altra parte almeno quando
giocano tra loro, una ci deve rimettere per forza, allora si inizia a
parlare di come gli investimenti importanti di quella società, i milioni
di euro spesi (spesi, ma siamo sicuri che soldi girano davvero?) vengano
buttati alle ortiche per colpa di un errore arbitrale, causa e rovina
insieme, ma anche panacea abile a risolvere tante situazioni dove
sarebbe più onesto dare degli scarponari ai tanti campioni con poca
voglia di piegare la schiena.
Nonostante tutto questo, in giro per
il mondo ci invidiano gli arbitri, considerati sicuramente tra i più
preparati ed i più accorti nell'interpretare le partite e nel gestirle.
Non è scopo di questo articolo però,
parlare oltre degli arbitri professionisti o quasi, visto che di loro
altri si occupano già abbastanza, ma abbiamo voluto accennarne in
qualche passo, perchè esiste sicuramente una categoria di arbitri se
possibile ancora più interessante, e qui, i personaggi principali, sono
tra chi arbitro si deve inventare una settimana si e quella dopo no, nei
campionati giovanili di categoria inferiore agli esordienti.
Tocca infatti ad un dirigente della
squadra ospitante, improvvisarsi arbitro di incontri che se per
partecipazione numerica non farebbero il contenuto di un vero stadio
nemmeno a mettere insieme tutti gli spettatori di tutti gli incontri, in
quanto a ultras, conta la peggior specie di assatanati tifosi che
possano esistere.
I genitori.
Se al campo non arrivano fumogeni,
tamburi, spranghe e bastoni, è solo perchè nell'ansia di arrivare se li
sono dimenticati a casa, ma il resto c'è tutto, dallo sguardo allucinato
alla follia galoppante, dalla rabbia repressa che si scatena,
all'isterismo più totale.
Gentili mamme e padri premurosi, si
trasformano a bordo campo in una irrefrenabile torcida, dove agli
incoraggiamenti monotoni e patetici al pargoletto, si alternano le urla
disarticolate all'indirizzo di avversari e arbitro, occhiatacce al
vicino di gomito che quasi sempre è di avversa fazione, ed
occasionalmente ma non infrequentemente, invettive contro il proprio
allenatore, sempre colpevole di sbagliare tattica e formazione.
Il genitore-tifoso non vede sul campo
niente altro che il proprio figlio, ed è sempre sicuro che il gioco di
tutta la squadra debba per forza essere basato su di lui, e se sono i
compagni che lo agevolano fanno il loro dovere, se è lui magari a
mandare in gol un compagno, bene, signori, lì avete visto allora una
giocata da campione.
Quasi sempre, il figlio del
genitore-tifoso è in procinto di cambiare squadra, perchè l'ha richiesto
quella importante, quasi mai ci va, perchè a detta del genitore-tifoso,
sarà per il prossimo anno.
Quasi sempre è il genitore-tifoso che
se la prende con il malcapitato arbitro di turno, per tutto, dal fallo
laterale, sempre sicuramente invertito, al mani in area che se lo ha
visto lui vuol dire che c'era, e se fischia poco è perchè dovrebbe
fischiare di più, ma se ferma il gioco doveva farlo proseguire, e
perfino un minuto di recupero può essere motivo per togliere il saluto
al proprio dirigente, se disgraziatamente il papà o la mamma
improvvisati Masaniello dei campi di periferia, lo ritengono
insufficiente o al contrario eccessivo.
Cambiamo allora punto di vista, e
entriamo per un momento nel fischietto stonato di un arbitro dilettante.
Magari quando lo fa, lo fa con
passione e cercando di essere equilibrato e corretto, magari lo fa
cercando di emulare il mitico Lo Bello padre o il ragionevole ma
inflessibile Collina, magari lo fa svogliatamente e forzosamente, con un
occhio di troppo alla propria panchina che gli suggerisce le mosse,
magari ha più timore di infierire sulla propria squadra che sugli
avversari, o magari è talmente in malafede che nega l'evidenza pur di
far vincere i suoi a tutti i costi.
Magari si vede che di calcio conosce
appena i nomi delle squadre, e le regole le applica come si faceva in
piazzetta per non scontentare nessuno, e tradendo poi tutti, magari
applica alla virgola quel libretto che ha studiato a memoria e si
dimentica di avere a che fare con bambini e non con professionisti,
mancando così di educare arbitrando, alla correttezza ed al fair play
(che brutta parola e che brutto concetto: la sportività dovrebbe essere
un idea automatica nel gioco, mentre si insegna a fare il fallo e a
fregare l'arbitro).
Tutte situazioni possibili, verificate
nel tempo sui campetti delle giovanili, sia da protagonista-arbitro, sia
da spettatore in panchina, dove magari non ti sfuggono certi piccoli
gesti da imbarazzato agente segreto, scambiati tra un mister ed il "suo"
arbitro in campo.
Ecco, questa è forse la cosa più
fastidiosa: dirigere una gara in modo apertamente ed ipocritamente
fazioso, approfittando della regola "ora tocca a me e comando io" ha
senz'altro effetti incredibilmente negativi, prima di tutto perchè
spesso porta a considerare norma questo concetto, per cui se all'andata
hai comandato tu, al ritorno vorrà dire che comanderò io, creandosi
un'infinita e vergognosa catena di Sant'Antonio.
Trascurando volutamente il fatto che
questa regola non è e mai potrà essere regola nello sport, e per questo
stesso motivo mai nessuno ammetterà apertamente di aver fatto
deliberatamente uso del fischietto per favorire o danneggiare alcuno,
l'effetto più deleterio si ottiene proprio con gli attori della
commedia, i bambini, che per loro natura non possono concepire
l'ingiustizia subita dall'adulto come consuetudine per quanto sbagliata,
e mortificati se vittime, sconcertati se favoriti, ben presto assimilano
questi fatti come parte stessa dello sport, e non dobbiamo allora
stupirci quando simuleranno un fallo, quando cresceranno un pochino e si
faranno espellere per aver messo le mani addosso all'arbitro o agli
avversari, quando cresceranno ancora e inizieranno a non ritenere poi
tanto sbagliato fare uso di doping per migliorare la propria resa sul
campo.
Certo, la Federazione nella
valutazione di non mandare sui campi dei pulcini arbitri qualificati,
effettua probabilmente un conteggio di probabilità e di quantità
numerica degli arbitri a disposizione per singolo campo. Le probabilità
che su un campo da gioco categoria pulcini, si scateni un pandemonio,
sono forse statisticamente più limitate che in altre categorie, ma non
infinitesimali.
Il numero degli arbitri a disposizione
purtroppo sembra essere sempre insufficiente, costringendo così a
negarli ai più piccoli, dove d''altronde forse sarebbe importante la
figura dell'arbitro educatore, che devo dire ho riscontrato in alcuni
begli esempi negli anni passati, tra gli arbitri UISP e del Centro
Sportivo Italiano.
Non dovete pensare che questi
argomenti siano così distanti come sembra dal tema dell'articolo, perchè
se lo sport è competizione, tale deve poter restare, almeno al
di sotto di quel livello di professionismo o semi professionismo, dove
entrano in gioco fattori che nulla hanno di attinente allo sport, ma
molto con il capitale, gli interessi, la convenienza.
Provo personalmente gioia ad arbitrare
una partita dei miei piccoli amici, e mi accorgo sempre, sempre, della
quantità enorme di errori che commetto, per mancanza di esperienza e di
conoscenza approfondita dell'applicabilità dei regolamenti e delle
norme, pur nell'elasticità dovuta alla giovane età dei giocatori, o per
lasciar troppo correre per poi fischiare il fallo meno grave, o per
l'indecisione sull'attribuzione di una rimessa laterale, piuttosto che
di un corner o rimessa dal fondo.
Cerco di essere equilibrato nel
dirigere la gara, e nel tentativo di evitare anche involontarie
parzialità, tendo a trasformare i calciatori nel colore della maglia,
del pantaloncino, del calzettone, spersonalizzandoli quanto più
possibile, per non darmi il tempo di pensare chi sta dentro quelle
casacche. Sembra che il metodo sia piuttosto efficace, riuscendo
facilmente ad attirarmi le ire di entrambe le panchine ed in particolare
di quella della "mia" squadra. Devo però ancora scientificamente
accertare se l'urlio indistinto che spesso proviene dalla zona pubblico,
è indice di successo o di catastrofe totale, ma sono già abbastanza
sicuro che non verrò mai chiamato ad arbitrare ufficialmente nemmeno un
torneo di briscola bugiarda al circolo dei pensionati.
Per fortuna finora i genitori ultras
che mi sono trovato ad affrontare, sono stati piuttosto gentili e
contenuti, ed il massimo insulto se così si può chiamare, che ho
perlomeno sentito arrivare è stato più che altro un interrogativo:
<<...ma è orbo...???...>>
La perifrasi mi consola comunque,
anche volendo giudicarla un commento negativo alla mia prestazione
arbitrale, e questo naturalmente, grazie alla conoscenza dell'antico
detto latino secondo cui l'orbo regna sul paese dei ciechi.
FGM
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08 marzo 2006
Un biancoblu sfumato
di
rosa
Giuriamo che è solo un caso scrivere questo
pezzo proprio oggi, quando il calendario riporta 8 marzo, Festa della
Donna, e qui approfittiamo allora per una mimosa ideale a tutte le
lettrici.
Tant'è che a voler parlare della metà di Nuova
Oregina che non si occupa di calcio, dobbiamo parlare in massima parte
di donne, in quanto il nostro settore volley, è composto quasi
interamente da donne, dalla più piccola atleta di leva 1999 alle più
grandi ragazze che militano nella nostra prima squadra, nella prima
Divisione FIPAV.
Pochi gli uomini, davvero pochi purtroppo, e
qui contiamo appena i bravissimi allenatori della scuola volley e della
Prima Squadra, rispettivamente Gigi Ferraris e Michele Caruso, ed il
dirigente responsabile per la scuola volley, Umberto Ricci.
E' vero che ad inizio stagione alcuni
maschietti si erano affacciati alla palestra di Via Costanzi, ma in
numero troppo esiguo per resistere a lungo e formare magari una squadra,
perdendosi così per strada in breve tempo.
A chiosa di questa introduzione, dobbiamo dire
che se il settore volley non è affatto chiuso alla formazione di una o
più squadre maschili, così come non è affatto chiuso alla collaborazione
ed alla partecipazione di uomini nella sua gestione, è realtà che questa
parte di Nuova Oregina sia fortemente tinta di rosa e molto ben
rappresentata quindi da tutte le nostre atlete.
Quest'anno grazie soprattutto all'instancabile
attività di allenatore e responsabili, e ricordiamo qui la
bravissima Alessandra Restivo co-responsabile insieme ad Umberto Ricci,
abbiamo assistito ad una vera impennata di iscrizioni di nuove atlete,
di tutte le categorie di scuola volley, dalla palla rilanciata, dedicata
alle più piccole, al minivolley, al super minivolley per le più grandi,
e questo, dopo alcune stagioni un tantino "stanche" è motivo di grande
soddisfazione.
Dobbiamo riconoscere che la nostra società, è
stata rivolta un poco di più al settore calcio, ma questo, per ragioni
storiche, essendo nata come scuola calcio, e per ragioni di competenza,
quando forse, finora, chi vi si è dedicato, vantava senz'altro maggiore
esperienza sui campi di calcio che non della vita di palestra.
E' sprone per tutti noi l'entusiasmo dimostrato
quest'anno dal settore volley, perchè si dedichi una maggiore attenzione a
questo sport, che non consideriamo affatto a livello giovanile, come un
cugino povero del calcio, ma eguale ed importante mezzo educativo e di
apprendimento della pratica sportiva.
E' stato da poco organizzato un magnifico
torneo, che abbiamo voluto dedicare al ventennale della fondazione della
società, in apertura d'anno, proprio per significare l'importanza, la
nuova importanza che vogliamo sia rivolta al nostro settore volley, a
cui anche sul nostro web ufficiale, sarà dedicato moltissimo spazio.
Anche chi non frequenta abitualmente la
palestra, potrà allora vedere le nostre ragazze in azione con glagioni di competenza,
quando forse, finora, chi vi si è dedicato, vantava senz'altro maggiore
esperienza sui campi di calcio che non della vita di palestra.
E' sprone per tutti noi l'entusiasmo dimostrato
quest'anno dal settore volley, perchè si dedichi una maggiore attenzione a
questo sport, che non consideriamo affatto a livello giovanile, come un
cugino povero del calcio, ma eguale ed importante mezzo educativo e di
apprendimento della pratica sportiva.
E' stato da poco organizzato un magnifico
torneo, che abbiamo voluto dedicare al ventennale della fondazione della
società, in apertura d'anno, proprio per significare l'importanza, la
nuova importanza che vogliamo sia rivolta al nostro settore volley, a
cui anche sul nostro web ufficiale, sarà dedicato moltissimo spazio.
Anche chi non frequenta abitualmente la
palestra, potrà allora vedere le nostre ragazze in azione con gli
splendidi servizi fotografici che proponiamo, e magari da qui
incoraggiarsi a seguire gli incontri che quest'anno saranno davvero
numerosi, oltre che tifare per i nostri colori rappresentati dalle big
di prima squadra.
Avvicinandosi da profano al volley, anche chi
scrive è rimasto favorevolmente colpito dal grande entusiasmo delle
ragazze, e dalla professionalità dello staff tecnico, dalla
partecipazione delle famiglie e dall'interessamento di diversi sponsor,
disposti ad investire dove sicuramente è assicurata una minore
visibilità rispetto al calcio anche giovanile, pur di sostenere un
settore importante.
E' motivo allora di orgoglio, per noi poter
affermare unico, sia per la scuola calcio, che per la scuola volley, sia
oggi per la prima squadra volley, che al più presto contiamo, per il
ritorno della prima squadra calcio, il nostro interesse a mantenere viva
e sempre più attiva la nostra società, magari a dispetto di qualcuno che
non disdegnerebbe qualche rito voodoo pur di vederla sparire, ma per la
solidarietà e la stima che sempre più spesso ci vengono confermate da
chi veramente conta all'interno del territorio, la gente, le famiglie di
Oregina, che in fin dei conti sono il tessuto che sostiene la nostra
voglia di metterci a disposizione della collettività, per una funzione,
che non considereremo mai limitata dai numeri, sino a quando potremo
sentire qualcuno, anche chi è dovuto per ragioni diverse passare
altrove, dirci che si, però Nuova Oregina è un altra cosa, è sentirsi
considerati, è sentirsi in mezzo agli amici, è dare e ricevere qualcosa
di importante.
La nostra battaglia anche e soprattutto perchè
come nel calcio anche il settore volley raggiunga le dimensioni e la
qualità auspicata, si deve svolgere in particolare nelle scuole del
quartiere, e se è vero che per le ragazze, rispetto ai maschi, gli
interessi di attività sono molteplici, dal volley alla danza,
all'equitazione, alla musica, al basket, mentre per i fanciulli in
genere ci si rivolge al calcio, sta a noi far si che la scelta ricada
dove sappiamo di poter garantire un educazione sportiva sana e
continuativa, giocando sicuri di avere a disposizione gli strumenti
migliori che esistano sul mercato: la passione e la competenza del
nostro staff tecnico e perchè no, anche l'entusiasmo di tutta la società
Nuova Oregina per il confermato e affermato settore volley.
FGM
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06 marzo 2006
Tanti piccoli muretti
di gesso
Probabilmente sarà in questo prossimo mese che
ci pioveranno addosso parecchi sorrisi da un buon numero di
rappresentanti istituzionali locali.
Già, perchè a qualcuno verrà in mente che sotto
la Rotonda di Oregina, sotto il Belvedere Da Passano, c'è un pezzo di
terra recintata e battuta, c'è una baracchetta tenuta su col fil di
ferro, c'è un vialetto alberato che i vicini di casa continuano a
scambiare per un cassonetto dei rifiuti, e tutto questo malinconico quadro prende
orgogliosamente il nome da uno dei più grandi eroi della Resistenza,
Campo Sportivo Aldo Gastaldi, da vent'anni giusti giusti casa e campo
dell'Associazione Sportiva Dilettantistica Nuova Oregina.
Saranno allora a sperare di guadagnarsi qualche
voto tentando di allungarci qualche promessa vaga e vana o ci sarà
qualcuno meno falso o forse solo più degno che vorrà veder chiaro in una
storia che si trascina da anni come un aratro male affilato che l'unico
solco scava attraverso il nostro campo? Domanda retorica, e risposta
automatica: in realtà del nostro campo Gastaldi interessa ben poco a ben
pochi, e tra questi pochi troppi sono soltanto i diretti utenti della
struttura, cioè noi.
Se avete voglia di navigare nel sito, troverete
alla pagina "stadio" un com'è e come vorrei, che è molto di più di come
vorremmo, perchè si tratta almeno in parte del progetto di ricostruzione
del campo e delle strutture annesse, per ora soltanto virtualmente vive,
ma ben saldamente vive nei nostri pensieri, visto che ogni giorno ci
dobbiamo confrontare con una realtà molto meno virtuale, che sfiora
spesso la vergogna, quando non finisce nella costernazione, di fronte
all'impossibilità di far fronte a mille e mille problemi, guasti, danni,
mancanze, quando solo chiamare l'azienda responsabile della manutenzione
perchè uno dei sei miseri fari del campo non funziona vuol dire giocare
in metà campo per mesi prima di vedere l'ombra di un operaio, quando se
la neve strappa la recinzione ci vuole l'inventiva del custode per
evitare che quella rete vada a strascico e peschi una decina di bambini
ogni sera,
quando, ed è cosa di pochi giorni fa, arrivi e ti trovi l'amara sorpresa
di una rete rubata da una della porte, quando se la caldaia decide lo sciopero lo fa senza avvisare e se lo fa,
lo fa preferibilmente quando hai invitato una squadra per
un amichevole, e se ne vanno convinti che gli hai voluto fare un
dispetto, fra docce che non si scaldano, sabbie mobili a centrocampo e
tanti piccoli muretti di gesso intorno all'area di rigore.
In trincea dietro quei muretti ci vanno i
nostri ragazzi, dai sei ai sedici anni di età, e ci vanno almeno due
volte alla settimana per i loro allenamenti, che piova o che brilli un
pò di sole, e sicuramente anche loro non disdegnerebbero di calcare un
bel sintetico ultima generazione, visto che da anni ormai si sentono
ripetere che la prossima, forse, sarà la stagione buona per la
ristrutturazione.
Intanto ci giocano i nostri bambini, e fa
niente se per ora c'è questo campo, l'importante è che ci sia un posto
dove correre ed imparare il calcio.
Non sembra lo stesso quando, come è successo ad
inizio stagione, viene a giocarci in campionato una qualche società di
quelle magari meglio abituate, non vogliamo dire un pochino snob, e
senti la gente che ha da ridire su tutto, dalla recinzione alla
pozzanghera, al punto di impedire al proprio figlio addirittura di
cambiarsi e scendere in campo, spaventati da un possibile infortunio.
Puntualmente, e neanche troppo stranamente, dalla domenica successiva il
Gastaldi venne depennato dalla Federazione Provinciale, dai campi dove
svolgere i campionati, nonostante ci fosse stata precedentemente
accordata facoltà di disputarvi almeno le gare del torneo pulcini.
Evidentemente i nostri atleti non corrono
rischi di infortunio, ma le ginocchia degli altri si sa, a volte sono
sempre più rosee, così come i loro campi di calcio sono sempre verdi, le
loro scarpette sempre come nuove e i loro trofei sempre troppi per
essere veri.
Intendiamoci, la federazione non fa altro che
applicare le norme. Certe società non fanno altro che applicare il loro
modo di intendere il buon gusto.
Il progetto per la sistemazione del campo
Gastaldi è lì, in qualche punto del labirinto burocratico in cui è
entrato e da dove probabilmente si esce soltanto con forti appoggi
politici e forti interessi, mentre a nessuno, a pochi importa di
salvaguardare gli interessi di una società piccola ma di fondamentale
rilevanza nel quartiere, costretta ingiustamente a canoni elevatissimi
per usufruire di "altri" campi di allenamento, quando e come ad altri
conviene, pagando in una stagione sportiva, da settembre a giugno,
almeno dieci volte l'importo che "altri" pagano di sola locazione verso
il Comune di Genova, applicando poi tariffe usurarie nei confronti di
società meno fortunate, e sicuramente, meno protette.
Nel futuro della nostra associazione, c'è un
ombra pesante, scurissima, perchè, se ancora quest'anno, le
pessimistiche previsioni della vigilia, sono fortunatamente state
smentite da un'incredibile serie di nuovi arrivi e di nuovi iscritti,
cosa che ci fa ben capire quanto Nuova Oregina sia nel cuore dei ragazzi
del quartiere, non possiamo continuare a sperare di reggere a lungo
senza alle spalle una struttura soddisfacente, a norma, decentemente
utilizzabile da tutti.
Se le istituzioni preposte non si affretteranno
a capire i reali bisogni e le reali richieste della gente di Oregina, ci
troveremo costretti a dichiarare persa la partita iniziata venti anni
fa, privando il quartiere di un importante punto di riferimento quale il
nostro.
E' probabile che di quell'omicidio qualcuno si
trovi a dover rispondere alla collettività, perchè prima di scavalcare
per l'ultima volta quei muretti di gesso intorno alla nostra area di
rigore, e prima di deporre le armi per una resa ormai dovuta, non
mancheremo di lasciar memoria della nostra verità, perfino sul "Corriere
dei Piccoli".
FGM
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02 marzo 2006
Queste righe...
E' nata oggi e soltanto oggi, nel mezzo di
un sogno che nemmeno ricordo, la pagina dell'Editoriale, nuova creatura e
nuova idea per questo
spazio web, che entra nel terzo anno di vita con una veste grafica
rinnovata ed una piccola grande rivoluzione concettuale.
E' difficile scrivere ora, qui, queste righe, che
non possono essere veramente esaustive dell'intenzione racchiusa nel
titolo della pagina.
Intanto perchè non si tratta di una pagina
classica, di quelle che magari inumidisci il dito per sfogliarla e hai la
sensazione dell' inchiostro ancora fresco, che sembra volerti dire
quanto sono belle le sue primizie.
La pagina esiste solo in questa strana realtà
virtuale, ed è e sarà anche e soprattutto come la vorrete tutti voi, pure se la penna ed
il foglio, insomma questa pergamena elettronica, la metteremo noi,
raccogliendo qui, quando sentiremo necessario farlo, le idee per una
riflessione ragionata, per un commento, per uno spunto da darvi e da dare
a noi stessi, perchè sia migliore ogni giorno il rapporto della società
con il suo pubblico, e perchè le nostre idee non rimangano solo dentro il
cassetto polveroso accanto ai pennarelli che non scrivono più.
Inoltre, è troppo forte la tentazione di dare
libero sfogo ora, a tutta una serie di concetti, che invece credo abbiano
bisogno e di essere meglio ragionati da parte nostra, sia di essere
maggiormente "diluiti" nel tempo, perchè è nella natura del web la scarsa
propensione a soffermarsi da parte dell'utente, a scorrere i testi, quando
invece è molto più facile rileggere un vecchio libro che magari anni prima
ci aveva emozionato.
Per ragioni analoghe, questa che nelle intenzioni
avrebbe dovuto essere un'unica lunga, a breve lunghissima pagina,
probabilmente con il tempo sarà suddivisa in pagine successive, tra loro
collegate cronologicamente, assomigliando e senza volerlo essere ad un
blog, dove l'articolo più recente sarà sempre il primo che troverete ad
inizio pagina, ma con gli altri contributi poco distanti.
L'Editoriale non tratterà necessariamente
soltanto di quanto ci riguarda più da vicino, ossia l'attività sportiva,
ma potrà occuparsi di argomenti di interesse più generale, che abbiano
comunque una qualche importanza per ciò che ci riguarda maggiormente,
senza tuttavia cadere nella tentazione di voler assomigliare ad un vero
"giornale".
Scrivere queste poche righe, non è sufficiente a
rendere l'idea del perchè nasce l'Editoriale, ma con questo vorrei
invitarvi a leggerci, magari con la pazienza di sapere che qui non
troverete i professionisti della penna, ma pazzi entusiasti, con un
progetto, tanti progetti da condividere e portare avanti, difficilmente
senza il vostro aiuto, la vostra presenza continua, assidua, costante.
La misura della nostra società, i numeri che ci
indicano come una bella realtà nel quartiere, forse troppo limitata dalle
strutture a disposizione, e mediamente poco fortunata
nei risultati sportivi, rappresentano significativamente la dimensione che
ci è ritagliata intorno, ma che abbiamo anche intenzione di superare come
già in passato abbiamo fatto, ricordando soltanto la favolosa avventura
dei nostri ragazzi in Ecuador del giugno scorso.
La nostra intenzione di compiere quel piccolo ma
importante passo avanti nella struttura organizzativa, rappresentato anche
dal progetto di ricostruzione del Campo Sportivo Gastaldi, rappresenterà
il punto di non ritorno verso l'impostazione di una società forte, ben
strutturata, ricca di potenzialità e di materiale umano su cui lavorare
insieme, ma sempre con un punto fermo, principale e prioritario: la
socialità e l'estrema attenzione verso le richieste e le necessità di
crescita dei nostri bambini nei rispettivi settori di competenza.
Altre realtà, più o meno vicine, hanno da lottare
con i troppi trofei ammucchiati e con quelli da vincere ancora, e troppo
spesso sono costrette a trascurare i veri protagonisti della nostra
attività, i bambini, i ragazzi delle squadre, dimenticando che
senza di loro e senza il loro entusiasmo e la loro voglia di imparare,
verrebbero meno anche quei trofei.
Qui vogliamo, e ci piace farlo, ritagliarci uno
spazio importante nel tessuto sociale del quartiere, della città, perchè
sia prioritaria l'idea, non solo declamata, ma quasi mai applicata
altrove, di uno sport | |