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L'editoriale

 

 

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2007 gen feb mar apr mag giu lug ago set ott nov dic

 

 

03 febbraio 2007

la follia e l'ipocrisia

Riprendere proprio oggi l'editoriale è veramente difficile, ma allo stesso tempo sembrava l'unico modo per esprimere un commento, ragionare insieme sulle tragiche notizie che da ieri sera per la cronaca, e per chi scrive, telespettatore molto distratto, da stamattina all'alba, motivo di lavoro e comunicazione con tutti i livelli societari interessati, continuano a torturare come un tarlo crudele ogni pensiero.

Siamo qui, fermi, orfani del calcio dei nostri ragazzi, non certo di quello degli stadi pieni e impazziti, ma del calcio dei campetti in sintetico quando va bene, coi genitori e i nonni intorno, le grida gioiose e le risate dei ragazzini.

A volte anche le loro lacrime, ma sono lacrime che rapidamente si asciugano, per lasciare il passo ad un nuovo sorriso.

C'è chi da ieri sera non potrà più donare il suo sorriso ai figli, bambini, ragazzi come quelli che con la nostra maglia ogni settimana scendono in campo.

C'è chi la settimana scorsa ucciso dalla stupidità di ragazzi poco più adulti dei nostri figli, veniva ieri ricordato per un minuto dagli stessi che un'ora dopo avrebbero fatto altro lutto.

Si ferma allora tutto e fino a quando?

Si ferma la Nazionale, si fermano i campionati delle stelle e dei miliardi di euro, si fermano i dilettanti e le categorie giovanili.

Fino a quando?

Fino a che i grandi saggi decideranno che basterà firmare una risoluzione, un decreto, una legge, un pezzo di carta dove starà scritto che è vietato uccidere un poliziotto davanti ad uno stadio.

Ecco, il miracolo sarà fatto, il danno sarà deplorato, i politici smetteranno di essere indignati, i giornalisti non più scandalizzati avranno altro di cui parlare, altre pagine da riempire ed altri giornali da vendere, il mondo dello sport si sarà lavato la coscienza nel catino dell'ipocrisia, l'onore sarà salvo , i colpevoli severamente puniti, la curiosità morbosa soddisfatta.

Ma resterà una vedova e due bambini senza un padre e senza un perchè, resterà come tante altre volte un senso di vuoto che non riusciranno a colmare con le belle parole e le espressioni serie, tanto meno con la certezza che tutto ciò non si potrà mai più ripetere.

Non perchè il poliziotto ucciso a Catania sia diverso dal carabiniere ammazzato da un rapinatore, o dal poveraccio strappato alla vita da un ubriaco al volante. la morte lascia sempre in chi rimane il dolore ed il rimpianto, spezza sogni e cancella speranze.

Stavolta non solo non si è potuto, ma nemmeno si è voluto evitare una tragedia, quando si sapeva che qualcosa sarebbe successo, quando Licursi una settimana prima moriva per una partita di terza categoria, come quando "Spagna" dodici anni fa finiva ammazzato dalla lama di un deficiente e qualche addetto ai lavori ben noto protestava per non interrompere la partita, quando moriva Vincenzo Paparelli a Roma con un razzo in un occhio, ma ora i razzi si continuano a sparare nonostante si legiferi che allo stadio non possono entrare materiali del genere, come quando moriva ad Avellino un ragazzino per entrare senza pagare il biglietto, ma ogni domenica un terzo degli spettatori entra senza biglietto, come quando un padre spacca un ombrello sulla testa di un altro padre ad una partita di pulcini 98, come quando c'è allo stadio chi se non la pensi come lui ti spacca la faccia a pugni, come quando troppe volte si dimentica a casa il cervello credendo che una gradinata di gente ti renda invisibile ed impunibile.

Troppe, troppe volte tragedie così, accadute o soltanto sfiorate, negli stadi italiani, ma ogni volta, dopo che le serie facce indignate dei politici hanno riempito gli schermi televisivi, dopo che si è giurato e promesso pugno di ferro, dopo che si è minacciato e alzato il dito indice contro ultras, gruppi organizzati, fazioni politicizzate, simbologie e atteggiamenti, ogni volta, si è nemmeno troppo lentamente tornati ad una "normalità" fatta di violenza e permessivismo.

Troppo facile pensare di chiudere gli stadi, sapendo che non si farà mai altro che spostare il problema all'esterni di essi, troppo semplice pensare di far pagare i danni alle società di calcio, dando così ulteriori armi di ricatto ai delinquenti, troppo comodo scaricare le colpe sul degrado e sull'ignoranza.

Già si inizia a dimenticare chi è morto ammazzato per fare i conti su quanto denaro perderanno le società e quanti gravitano intorno al pianeta calcio, per questa giornata cancellata.

Lasciamo allora fuori il gioco dei nostri ragazzi dalla sporcizia degli adulti e dell'ipocrisia.

Lasciamoli giocare perchè la loro presenza in campo sia la bandiera dello sport vero, dell'assenza di ogni violenza e di ogni intemperanza.

Però, seduti con loro, magari al chiuso dello spogliatoio, raccontiamo loro quanto è accaduto oggi, e perchè è accaduto.

Raccontiamo ai nostri ragazzi quanto possono essere stupidi gli uomini, e quanto male possono fare.

Invitiamoli a riflettere insieme a noi, e poi a scendere in campo giocando la loro partita anche per l'ispettore capo Raciti, anche per il dirigente Licursi, anche per Claudio e Vincenzo, e per tutti i morti dell'Heyssel, e per tutti gli alti, dimenticate vittime di un sistema che non ha nulla a che vedere con lo sport.

Vero Tonino?

FGM

 

 

 

 

17 ottobre 2006

...Quasi un seguito ideale

L'abitudine dell'editoriale vi aveva lasciati con qualche interrogativo importante alcuni mesi fa, ed era giusto in quel momento sospenderne la pubblicazione, perchè ci trovavamo in un importante momento di transizione, e perchè probabilmente la stagione aveva già detto ciò che aveva da dire.

Ad inizio di questa nuova stagione, corrisponde puntualmente il ripresentarsi di situazioni quanto meno fastidiose, tali da far dire ad un allenatore d'esperienza, che dovrà riabituarsi ai campionati dei "non più esordienti" per così dire.

Lo sfogo, ma in fondo l'incoraggiamento forte, giunto dal Mister della squadra Allievi, rappresenta quanto molti di noi pensa a proposito del modo di interpretare il calcio giovanile, lo sport giovanile in genere, ma in particolare questo, che di sport potrebbe ancora avere i connotati, purtroppo spesso schiaffeggiati e presi a pugni dall'incontro con la realtà delle squadre vincenti.

Già, ci sono le squadre, o le società, o gli allenatori, che possiamo definire "vincenti", e quelli che fanno "formazione".

Una bella differenza, sostanziale e sostanziosa, vero?

Provate a leggere la pagina dedicata all'allenatore nella sezione tecnica, e avrete un'idea di cosa significa.

Noi lo sappiamo bene invece, e non amiamo definirci "non vincenti" o peggio "perdenti", perchè siamo fermamente convinti che sia giusta la strada che abbiamo deciso di percorrere, che percorriamo insieme da vent'anni ormai, e che se porta difficilmente alla bacheca dei trionfi, ci conduce però ad immense soddisfazioni, che si chiamano con ognuno dei nomi dei ragazzi che ci hanno dato la loro fiducia ed il loro contributo in termini di passione, sudore, impegno, grinta e perchè no, amore per la maglia.

Vorrei che i ragazzi che sabato hanno conosciuto e provato l'altra faccia del calcio, si guardassero negli occhi e tutti insieme decidessero di ripartire, da dove si erano fermati, dall'ultimo allenamento prima di quella partita, e fa niente se i punti non arrivano: arriveranno, arriveranno le vittorie, e ci saranno altre sconfitte, forse e probabilmente qualcuna anche più bruciante di quella fresca e recente, ma, dato il cuore in campo, sapranno di avere al loro fianco tante altre persone, che li ammirano per il loro coraggio e la loro voglia di essere più forti di chi forte lo è troppo facilmente.

Le prospettive che cercavamo nell'ultimo editoriale di marzo non sono svanite con il dissolversi di una leva, ma anzi restano più forti e più consolidate, dalla certezza di avere nei nostri colori una squadra che saprà diventare squadra veramente, superando le insicurezze, e fiera, pur quando battuta di rendere l'onore all'avversario quando leale e corretto quanto noi sappiamo di essere.

In bocca al lupo Squadra Allievi, e che questo in bocca al lupo sia d'auspicio per ogni nostra squadra: non siamo inferiori a nessuno.

 

FGM

 

 

 

31marzo 2006

Prospettiva introspettiva

Di questo editoriale è cambiato quasi tutto: contenuto e data.

Si salva il titolo perchè abbiamo capito che pur cambiando il senso dell'articolo, non cambiavano le ragioni che ci avevano spinto a scriverlo, pur cambiando radicalmente la prospettiva, non cambiava quel modo introspettivo, appunto di guardarsi dentro alla ricerca del quanto è giusto ciò che facciamo, o quanto è sbagliato ciò che facciamo.

Le due cose apparentemente assolutamente in antitesi tra di loro, possono invece essere parti di un unica ragione: la vista prospettiva della nostra attività spostandoci avanti lungo una ipotetica curvatura temporale, per non più di qualche mese, forse qualche anno.

Quale futuro attende i nostri ragazzi, i ragazzi che imparano calcio nella nostra società, nel breve e nel medio termine? Quale strategia societaria sarà vincente in merito alla gestione della scuola calcio dal momento che per una singola leva cessa di poter essere definita soltanto scuola calcio, ma per l'età anagrafica dei giocatori viene a diventare un transito, un tramite diretto e ravvicinato con il calcio adulto?

In questa stagione la scuola calcio conta poco meno di duecento bambini, non equamente suddivisi in sette formazioni per età considerando come un'unica squadra la nidiata dei bambini dal 1997 al 2000 e qualche inevitabile mescolamento per le formazioni di età maggiore, quindi con gli 89/90 in categoria Allievi, i 91/92 nei Giovanissimi e poi le leve pure 93, 94, 95 e 96 pur nelle situazioni numeriche e qualitative più diverse, ma solidamente attive.

Mentre i campionati si avviano al termine, non troppo lontano, benchè alla fine della stagione sportiva manchino ancora tre mesi pieni, iniziamo già a ragionare dell'organizzazione per il prossimo anno, visto che dopo il rompete le righe tassativo del 30 giugno, passerà rapidamente l'estate per ritrovarci ad inizio settembre con l'apertura del ritiro estivo in Trentino, e subito dopo con il consueto raduno di tutte le squadre che darà finalmente il via alla ripresa degli allenamenti e delle prime amichevoli.

Il compito organizzativo ovviamente coinvolge diversi settori della società, primi fra tutti i direttori sportivi con la collaborazione dei dirigenti responsabili e degli allenatori, ma anche il settore amministrativo e la segreteria.

Coinvolge però, anche i ragazzi e le loro famiglie, e per questo, nelle ultime settimane e nei prossimi giorni, si tengono importanti riunioni con i genitori delle leve più giovani, ma anche direttamente con i ragazzi più grandi, che, seppure non ancora maggiorenni, sono però chiamati ad esprimere le loro valutazioni sulla stagione in corso, i desideri, le aspirazioni, le intenzioni, per la prossima stagione.

Appunto da questi giovani prende spunto l'editoriale, e vogliamo ragionare sul percorso che la società vorrebbe tracciare per loro, portandoli, attraverso una breve serie di stagioni di transizione e formazione specifica, a diventare entro margini di tempo quanto più ridotti possibile, ad essere la base della nostra nuova Prima Squadra, a cui purtroppo, abbiamo dovuto rinunciare questa stagione.

A questa prospettiva stiamo lavorando e su questo abbiamo ragionato con quello che in termini di legge si suole definire l'atteggiamento del buon padre di famiglia, cercando cioè la soluzione giusta che permetta di garantire continuità ed un futuro nelle nostre fila ai ragazzi più grandi, nei limiti di sacrificio che ci sono consentiti dalle nostre dimensioni, e nello stesso tempo ci consenta di creare le basi per un futuro altrettanto garantito per le leve dei piccoli.

Non sappiamo ancora se questa sarà la strada maestra che ci condurrà alla prossima stagione, ne tanto meno sappiamo se sarà quella giusta, ma siamo convinti che il tempo potrà darci le corrette indicazioni anche per apportare quei piccoli cambiamenti che si renderanno necessari strada facendo, mantenendo la direzione intrapresa.

Il progetto nasconde una certa ambizione, ma nasconde anche alcune insidie, se è vero che a fronte di un grande impegno organizzativo ed economico della società, deve corrispondere necessariamente un entusiasmo non solo iniziale ed una serietà di intenti notevole, da parte dei ragazzi che vi saranno coinvolti.

Se da una parte la società pensa di sviluppare la sua politica sportiva nella direzione indicata, anche per offrire alle leve più giovani stimoli maggiori in prospettiva di una "carriera" che non si fermi alle giovanili ed alla scuola calcio, ma possa proseguire nell'ambito della stessa squadra con il raggiungimento dell'obiettivo prima squadra, deve però esserci soprattutto in questa fase iniziale la consapevolezza dei ragazzi che per primi andranno ad affrontare questo esperimento, della responsabilità che li aspetta, dovendo non rappresentare più soltanto se stessi, come singoli o come gruppo di squadra, per la sola finalità degli intenti ravvicinati nel tempo di un singolo campionato o di un singolo risultato, ma con la finalità di costruire un gruppo solido su cui contare per diventare negli anni a venire prima incubatrice, poi modello per le generazioni di piccoli calciatori che si avvicinano ogni anno alla nostra piccola società. Questo richiederà un estrema serietà ed applicazione, nel partecipare con costanza agli allenamenti, nelle direttive degli allenatori, che ovviamente godranno della piena fiducia della dirigenza, e richiederà inoltre una buona dose di pazienza, perchè una squadra destinata a dar corpo ad una realtà di calcio adulto, seppure dilettante, non si inventa e non si consolida in una sola stagione, neppure quando già le basi create da anni di scuola calcio ci sono e sono solide.

Tutto questo molto bello anche se molto complicato?

Molti della generazione di quelli che ora sono genitori, se da bambini e da ragazzi hanno frequentato a loro volta una scuola calcio, avrebbero probabilmente fatto carte false ed una serie di salti mortali con avvitamento all'indietro, di fronte alla possibilità di essere chiamati a costruire una prima squadra, seppure per una società che punta maggiormente alla socializzazione che al risultato sportivo.

La cultura del calcio nasceva nelle vie e nelle piazzette, e la scuola calcio era il miraggio da raggiungere, quella che ti battezzava come "calciatore" comunque, anche se avevi dodici anni, ti inquadrava e ti dava una divisa, dei colori da sfoggiare addosso e la possibilità di confrontarti con avversari veri, ragazzi come te, con addosso colori diversi ma con le stesse ambizioni che ovviamente quasi mai, quasi mai si realizzavano. Lo sapevamo benissimo, ma era importante esserci, giocare, da luce a luce, fintanto che il pallone si vedeva e non si confondeva grigio con il grigio della terra battuta ed il grigio del cielo che scuriva la sera.

I campi sintetici, cancellando forse la poesia di quei pomeriggi, si sono portati via anche parecchio dell'entusiasmo dei ragazzi che oggi giocano a calcio e forse credono troppo alle belle favole che vengono raccontate in televisione, credono troppo di essere qualcuno quando solo essere veri uomini vuol dire essere qualcuno, e solo il rispetto per l'avversario e per le regole, vuol dire essere uno sportivo, quando solo la tenacia e l'impegno, il coraggio e l'onestà, significano essere dei campioni da ammirare ed imitare.

Dobbiamo avere il dubbio che queste prerogative non siano proprie dei nostri ragazzi e che alla possibilità di essere squadra, questi preferiscano essere nessuno in mezzo a tanti nessuno?

Tiepida l'accoglienza delle nostre proposte, tiepida la voglia di fare e di essere, tiepido l'entusiasmo per una nuova avventura, che seppure sappiamo potrebbe iniziare nella difficoltà di reperire qualche nuovo elemento, nella difficoltà di superare un anno non esaltante sotto il profilo del gioco, dei risultati, dell'affiatamento, nella difficoltà di imparare a conoscere un nuovo tecnico e metodi differenti dal passato, sappiamo potrebbe riservare anche belle sorprese e soddisfazioni per tutti ed in particolare proprio per i ragazzi che ora sono più insicuri.

Non è un caso che proprio alcuni su cui puntavano maggiormente le speranze per costruire un solido nucleo alla nuova squadra, siano tra coloro che maggiormente tentennano davanti alle proposte dalle società.

Bisognerebbe scavare a fondo nei tanti perchè di questa stagione che va a finire, per trovare risposta ai dubbi dei ragazzi, e questo è legittimo e giusto farlo dentro lo spogliatoio ancor più che dentro la società, non certo qui e non certo pubblicamente. Appunto per questo, non troviamo giustificato l'atteggiamento forse troppo distaccato di alcuni, tenuto di fronte alle idee messe sul panno  dalla società, che sicuramente inventa soluzioni perchè i ragazzi non debbano rinunciare ad una stagione prossima, e magari disperdersi in altre società e squadre.

Eppure siamo sicuri che sarà di stimolo sapere che la società crede nel loro lavoro e che punta ad indicarli come icona raggiungibile alle leve più giovani, che potranno imparare, crescere, allenarsi oggi, sapendo che davanti a loro non c'è più il nulla, ma c'è da arrivare allo stesso traguardo dei fratelli maggiori e se possibile superarlo per crearne altri più ambiziosi e importanti.

Certo, se qualcuno vorrà non credere in questo progetto, sarà libero di andare e di trovare magari e forse maggior soddisfazione altrove, ma se i ragazzi che oggi fanno i campionati allievi e giovanissimi, sapranno ritrovarsi insieme per guardarsi negli occhi, e chiedersi cosa davvero si voglia da loro, e a questa domanda sapranno rispondersi con una parola sola, che è coraggio, allora potremo iniziare anche noi tutti a credere che per la nostra società c'è ancora un futuro in cui credere, e che non siamo e non siamo stati soltanto una via, una piazzetta, un parcheggio per i tanti ragazzi che abbiamo imparato a chiamare i nostri ragazzi, e che ora siamo sicuri sapranno e vorranno diventare uomini con il nostro stemma sul cuore.

Allo stesso tempo, sapremo di aver imboccato la strada giusta per tutta la società, patrimonio sociale e socializzante di questo quartiere e di questo territorio, con i principi di sport vero e di umanità.

Sarà bello che proprio nei vent'anni dalla fondazione si crei qualcosa di nuovo ma di importante per il futuro, con le basi della tradizione vive nei giovani di ieri che oggi sono allenatori dei giovani di domani.

La parola coraggio vi fa paura?

FGM

 

 

 

19 marzo 2006

Festa del papà

19 marzo. San Giuseppe, recita il calendario. Tradizionalmente, Festa del Papà, con i bambini che segretamente o quasi preparano a scuola disegnini e piccoli gadgets da donare al loro papà, e questi che fino all'ultimo fingono di non accorgersene.

<<Grazie, lo sapevamo tutti>> diranno ora i più spiritosi lettori, mentre quelli meno portati alla curiosità correranno con la mano velocemente al mouse per passare oltre ed altrove. Fermi vi prego!

Un editoriale che si rispetti non sta qui a fare la storia della festa del papà, per quanto ricorrenza tiepidamente carina, in cui comunque, passati i venticinque secondi in cui ricevuto il pensierino ringraziamo e sbaciucchiamo i nostri piccoli, se va bene il pargoletto cerca di spillarci qualche euro per le figurine o per l'uscita con gli amici.

Visto che qui siamo ospitati da una associazione che si occupa di sport, e nel contempo fa proprio punto di orgoglio la cura della socializzazione e del rapporto intenso con la comunità ed il territorio, ci piace utilizzare questa possibilità per considerare con qualche profondità il "papà" dal punto di vista sportivo, in particolare, per esperienza diretta, quale appassionato, dirigente, ma soprattutto, papà, per quanto riguarda la mitica figura del "papà" di un giovane, possibilmente giovanissimo calciatore.

Il papà del calciatore Non sarà mai un esemplare a rischio di estinzione e vive in particolare ai margini dei campi da calcio grandi e piccoli, senza distinzione tra il piazzale battuto dietro la parrocchia e il moderno impianto in sintetico con annesso bar e punto di ristoro.

Conduce solitamente vita riservata e tranquilla sino all'età adulta, quando, alcuni anni dopo aver generato uno o più figli, preferibilmente ma non assolutamente maschi, inizia a manifestare sintomi di irrequietezza, spesso accompagnati da un irrefrenabile impulso che lo spinge a tirar calci a qualsiasi cosa abbia una forma perlomeno tondeggiante, e nei fine settimana lo si vede spesso in qualche parco o campagna intento a improbabili palleggi contrapposto alla progenie spesso appena in grado di ergersi ed esprimersi. Accompagna molto frequentemente le sue dimostrazioni con sproloqui inquietanti circa non meglio specificate imprese calcistiche giovanili, mentre con occhio leggermente appannato infierisce sul pargolo con rappresentazioni più o meno allucinate di tocchi e movenze degne del miglior Pelè do Nascimento.

Questo periodo è generalmente caratterizzato da astenia e riduzione dell'attenzione, per cui viene meno rapidamente il contatto con la realtà, che solo apparentemente si ristabilisce, dopo qualche anno e lunghe cure, con l'infante giunto all'età considerata matura, quindi intorno ai sei anni, (ma spesso già sin dal quarto-quinto anno il cucciolo viene strappato dalle braccia del pupazzo di pezza rappezzato preferito), che viene posto a ruota dell'esemplare adulto, iniziando così un penoso peregrinare che lo porta in teoria a ispezionare e valutare un cospicuo numero di società sportive, in realtà a bussare disperatamente e vanamente a decine di porte, vantando inesistenti e millantate conoscenze e scontrandosi con un consueto <<siamo completi>>, prima di riuscire a scendere a bassissimi compromessi che permetteranno allo spaesato fanciullo di fare il suo ingresso in un mondo completamente nuovo e spesso terrificante, da cui forse non riuscirà mai più a sottrarsi.

Sin dal primo inserimento della prole nel branco,che da qui in avanti chiameremo per brevità "allenamento", l'esemplare adulto, che da qui in avanti chiameremo per brevità "papà", ostenta sicurezza e superiorità, pur controllando frequentemente di sottecchi, i comportamenti di altri disperati già inseriti nel girone infernale, che da qui in avanti chiameremo per brevità "genitori" che a loro volta, fingendo sorrisi di circostanza e giovialità sproporzionate, si costringono ad accogliere nel gruppo così esclusivo l'intruso.

Già, perchè considerati un unico individuo, padre e figlio vengono alla prima, visti come possibili rivali sul campo del proprio personale imprescindibile piccolo Jairsiñho, e per questo si stabilisce immediatamente un muro di odio ferocissimo tra il branco mannaro dei genitori ormai cementati dal tempo dietro la rete di recinzione, e l'incauto pretendente all'iniziazione.

Solo il successivo penoso arrivo di altra carne fresca permetterà al malcapitato di sottrarsi alla torma bavosa, consentendogli inspiegabilmente di effettuare il cosiddetto "salto del fosso" che si caratterizza con la totale o quasi accettazione nel branco del papà semiveterano e in via subordinata del pargolo-aspirante-calciatore, rinnovando ogni più triste attenzione nei confronti dell'ultimo arrivato.

Studi approfonditi non sono ancora riusciti a risolvere il mistero dell'accettazione nel gruppo dei nuovi arrivati, ma si pensa secondo le teorie più accreditate, che i genitori, che marcano in qualche maniera il "territorio" forse per mezzo di ghiandole odorifere, riconoscano come appartenente al branco gli altri esemplari che stazionano da abbastanza tempo sulla stessa area geografica, che da qui in avanti chiameremo per brevità "campo". Si è infatti osservato che spesso durante gli allenamenti dei cuccioli, ogni singolo papà tende a posizionarsi sempre negli stessi punti, restando a volte per ore in osservazione dei movimenti sul campo e lanciando di quando in quando incomprensibili richiami.

Di particolare pregio, l'osservazione "a bordo campo" dei comportamenti antropologici e del rapporto sociale della specie.

Pur essendo i gruppi di genitori formati perlopiù da individui maschi, si è notato che vengono a volte accettati anche con qualche diffidenza iniziale, individui femmina, che in breve tempo comunque si inseriscono nel branco iniziando poi ad emettere richiami simili a quelli dei maschi, solo più acuti ed insistiti.

Pur essendo apparentemente accomunati in qualche forma civile, i papà che compongono il branco, si abbandonano spesso ad atteggiamenti apertamente insofferenti, riottosi e a volte violenti, arrivando perfino ad azzannarsi, prima di tornare rapidamente nello stato quasi abulico e catatonico che contraddistingue il periodo detto di allenamento, e sembra questo succeda in particolare periodo temporale e ciclicamente, sempre prima del fine settimana ed indipendentemente dalla luna piena.

Apparente causa della reazione del papà, sembrano essere comportamenti e presunte decisioni dell'individuo adulto posto a sorveglianza del gruppo di cuccioli, che da qui in avanti per brevità chiameremo "allenatore".

Compito principale dell'allenatore, nella gerarchia del branco, è di preparare i cuccioli allenandoli, appunto ad affrontare la caccia settimanale, cui vengono scelti a partecipare, di volta in volta solo i cuccioli più meritevoli o i più intraprendenti.

Sembra però accertato che una certa importanza nella scelta dei cuccioli rivestano anche i comportamenti del branco adulto, seppure contrastanti.

Si è notato ancora, infatti, che mentre potrebbe avere una certa ma relativamente breve influenza sull'allenatore il comportamento aggressivo dimostrato dai papà maschio, come già spiegato precedentemente, effetti molto più duraturi nel tempo hanno addirittura i comportamenti meno rumorosi ma predominanti del papà femmina, da cui qualche volta prendono esempio addirittura i rispettivi esemplari di cuccioli, profondendosi entrambi in moine e ammiccamenti.

A questi risponde l'individuo allenatore con suoni bassi ma di tono profondo, e lievi sguardi ebeti accompagnati dallo scoprire della dentatura apparentemente senza intenzioni aggressive.

Sovente sembra essere questa la tattica appropriata per entrare a far parte dei cacciatori domenicali.

Bisogna dire che durante gli allenamenti alla caccia, il papà osserva comunque attentamente non tanto il proprio cucciolo, quanto quelli altrui, sentenziando poi con gli altri papà in merito ad ogni episodio insignificante, e si nota qui la propensione di quasi tutti gli individui allo stato adulto a svolgere il ruolo dell'allenatore, evidentemente ancestralmente congenito.

E' ancora di particolare rilievo l'osservazione delle attitudini sociali durante la caccia che viene svolta principalmente la domenica, con qualche eccezione.

Curioso il rito del branco adulto, che accompagna comunque i cuccioli alla caccia, osservandoli da postazioni che per geo-morfologia ricordano quanto più possibile quelle assunte durante gli allenamenti.

Il branco adulto, se riesce, circonda completamente la zona di caccia, forse per impedire la fuga alle prede, ma a volte mescolandosi arbitrariamente con individui provenienti da altri branchi contrapposti, con i quali sembra non esistere peraltro alcuna nemmeno lontana parentela di specie, limitandosi i gruppi a girarsi intorno ringhiando e drizzando il pelo.

Il papà adulto, aizza alla caccia il cucciolo utilizzando urla selvagge  e un gesticolare frenetico incomprensibile, ma che potrebbe essere un primitivo codice di comunicazione.

Si riconosce l'esemplare adulto insoddisfatto dall'osservazione delle vene sul collo, che appaiono enormemente turgide, dalla sudorazione accellerata, e dall'estrusione dell'occhio, più spalancato e arrossato quanto più è negativo l'esito della caccia.

Sporadicamente si contano episodi di attacco tra esemplari adulti, che sembrano preferire normalmente lo scambio di insulti ringhianti a mezza voce accompagnati da cenni ironici di superiorità.

La caccia di solito si conclude con scarso risultato, poche prede e in genere un unica vittima, un esemplare adulto di arbitrus astigmaticum, ma a detta del papà osservatore, questo è comunque positivo in quanto "la prossima volta" sicuramente andrà meglio, i cuccioli saranno più esperti,  e le prede catturate più numerose.

Stranamente peraltro, al termine della battuta di caccia, sembrano contarsi più danni tra i papà, sia maschi che femmine, che spesso stazionano ai margini della radura leccandosi a vicenda le ferite, mentre i cuccioli, comunque sia andata la caccia, si dedicano al gioco, rincorrendosi, beati loro, allegramente.

FGM

 

 

15 marzo 2006

La marca degli omogeneizzati

Non passa settimana senza che qualcuna delle nostre squadre, si trovi ad affrontare i giganti.

In particolare le leve più giovani, ma con poche eccezioni anche le altre, trovano ad aspettarle avversari nelle cui fila militano bambini fisicamente molto superiori ai nostri, oltre che in parecchi casi, a parità d'età presunta, dotati di preparazione tecnica visibilmente maggiore.

Al di fuori del risultato sportivo, che se per i più piccoli passa facilmente in secondo piano, conta però qualcosa, il particolare che impressiona, è che questi casi si verificano (senza voler fare un processo) con le squadre di società sicuramente e tradizionalmente "forti" e ricche di numeri per l'ampio bacino di utenza, o per l'importanza storica che rivestono nel calcio dilettantistico e giovanile.