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LE TIPOLOGIE DI
APPRENDIMENTO
L'apprendimento può essere definito come una modificazione
relativamente permanente del comportamento e/o delle conoscenze e/o delle
funzioni cognitive, che avviene per effetto dell'esperienza. Come si nota il
termine apprendimento è talmente generale da poter essere attribuito a
situazioni fra loro molto diverse. Se si prova a fare un primo elenco di
attività che sembrano proprio riferirsi a tipi diversi di apprendimento: aprire
la bocca (da parte di un uccello) nel vedere il becco della madre, ma non farlo
con quello di altri uccelli; percorrere velocemente un labirinto (da parte di un
ratto); andare a riprendere (da parte di un cane) un bastone lanciato dal
padrone; andare in bicicletta; sciare; giocare a calcio; guidare la propria
automobile; parlare la propria lingua; parlare una lingua straniera; leggere;
scrivere; usare il computer; risolvere problemi complessi di matematica;
apprezzare le opere artistiche moderne; essere creativi nel campo artistico;
comportarsi in modo adeguato in un luogo pubblico; auto/controllarsi in momenti
particolarmente emozionanti. Una piccola riflessione fa emergere tutta una serie
di problemi che invitano a considerare i rapporti fra gli aspetti innati e
quelli dovuti all'esperienza, fra apprendimenti che coinvolgono soprattutto gli
aspetti motori e quelli che richiedono l'uso dell'intelligenza, fra
apprendimenti volti a conoscere le caratteristiche o le leggi della fisica e
quelli che hanno una chiara valenza sociale. Per illustrare in modo sintetico i
temi proposti è opportuno dedicare un certo spazio agli studi condotti dalle
"teorie dell'apprendimento", basate sulle leggi del condizionamento classico e
di quello operante, e poi affrontare gli studi condotti dalle moderne teorie, di
matrice cognitivista, che considerano il ruolo svolto dall'intelligenza.
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Sensibilizzazione ed
assuefazione in organismi molto primitivi |
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Forme di apprendimento
molto elementari sono state rilevate anche in organismi strutturalmente
semplici. In particolare, si è riscontrato che organismi assai primitivi, di
fronte alla ripetizione de certi stimoli aumentano (sensibilizzazione) o
diminuiscono (assuefazione) la loro reattività. Il fenomeno della
sensibilizzazione è stato rilevato addirittura nell'ameba, cioè in un
organismo unicellulare che si muove estendendo degli pseudopodi. Constatato
che una luce intensa provoca l'inibizione di tali movimenti, mentre ciò non
avviene in presenza di una radiazione luminosa di scarsa intensità, sono
stati condotti degli esperimenti su delle amebe da cui è risultato che la
ripetuta presentazione agli stimoli (luci) deboli porta progressivamente ad
un aumento della reattività, fino alla inibizione completa dei movimenti. Il
fenomeno dell'assuefazione è presente già nei molluschi: ad esempio, una
lumaca ripetutamente stimolata a muoversi risponde sempre meno a tale
stimolo. L'assuefazione non è dovuta solo ad una generica stanchezza a
rispondere, ma è specifica ad uno stimolo, come dimostra un esperimento
condotto su alcuni gatti. Veniva prodotto un segnale acustico abbastanza
forte da svegliare un gatto addormentato e si registravano quindi sia il suo
comportamento visibile sia, attraverso un elettroencefalogramma, la sua
attività elettrica cerebrale. Dopo varie prove, l'emissione del suono non
produceva più alcun effetto, nemmeno a livello elettro/fisiologico. Tuttavia
l'esperimento eseguito con un suono di tonalità diversa riotteneva il
risultato di svegliare l'animale. Le modalità primitive di apprendere, come
quelle appena descritte, sono presenti anche negli animali e nell'uomo. La
differenza sostanziale consiste nel fatto che i vari apprendimenti specifici
nelle specie più evolute non sono spiegabili facendo ricorso solamente alle
leggi degli apprendimenti più elementari, ma anche ad altre leggi di
apprendimento più evolute. |
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L'imprinting |
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Gli studi di etologia
hanno messo in luce la presenza in alcuni animali di apprendimenti
sorprendenti, ampiamente condizionati su base innata. Nel caso
dell'anatroccolo è emerso che esso, entro poche ore dall'uscita dall'uovo,
tende a seguire ciò che si muove attorno a lui. Di norma si tratta della
madre. Ma non sempre...come accaduto a Konrad Lorenz, adottato come madre da
parecchi anatroccoli. Il termine imprinting viene utilizzato per riferirsi
ad una specie di marchio che si stampa indelebile nell'anatroccolo e che lo
porta nei giorni successivi a seguire proprio l'animale o uomo o oggetto
seguito nel primo giorno di vita. Esperimenti condotti al riguardo hanno
evidenziato che se l'animale è tenuto nell'oscurità completa nel periodo
utile, successivamente non è più capace di apprendimento per imprinting e
tende a non riconoscere gli animali della propria specie. Esiste perciò un
periodo critico entro il quale deve avvenire tale imprinting. Negli
anatroccoli il fenomeno è particolarmente evidente. Vi sono dati convincenti
che suggeriscono che un qualche apprendimento per imprinting avviene anche
in molti altri animali. Nel cane, ad esempio, il periodo critico è fra le
tre e le dieci settimane. Un cane vissuto senza rapporti sociali in questo
periodo manifesta, infatti, gravi difficoltà sociali anche successivamente.
Gli studi condotti da Spiz nell'ottica psicoanalitica suggeriscono che un
fenomeno analogo può esserci anche per quanto riguarda l'uomo. In questo
caso il periodo critico si ha, in senso ampio, nei primi diciotto mesi di
vita. Data la complessità dello sviluppo umano, tuttavia, è difficile
stabilire quanto i fenomeni osservati nell'uomo siano riconducibili al
meccanismo dell'imprinting. |
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Il condizionamento classico o pavloviano |
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Una luce intensa provoca
il restringimento della pupilla, un soffio d'aria la chiusura delle
palpebre, un colpo dato da un esperto in prossimità del ginocchio lo
scalciare della gamba: sono tutti esempi di riflessi. I legami fra questi
stimoli (luce, soffio, percussione) e le relative risposte sono molto
stabili perché hanno una base fisiologica. Tale legame può tuttavia essere
spezzato, come a dimostrato lo psicologo sovietico Pavlov attraverso un
processo di condizionamento. L'esperimento più famoso di Pavlov venne
condotto su alcuni cani. Un cane affamato, legato in modo da non potersi
muovere a piacere, era posto in una stanza isolata dai rumori e di fronte ad
una tavola sulla quale veniva posto del cibo. Una cannuccia, collegata da
una parte alla ghiandola salivare del cane e dall'altra ad un recipiente
trasparente, permetteva la misurazione della quantità di saliva segreta dal
cane nelle varie unità di tempo. Al momento opportuno lo sperimentatore
presentava il cibo subito dopo aver prodotto un suono o acceso una luce.
Dopo numerose ripetizioni si constatò che il cane produceva saliva prima
ancora di vedere il cibo e cioè al solo udire il suono, anche quando il cibo
non veniva presentato. Se definiamo stimolo incondizionato (S.I.) la
presentazione del cibo e risposta incondizionata (R.I.) la secrezione della
saliva, che avviene nella situazione originaria, dopo il periodo di
condizionamento siamo di fronte ad un nuovo legame stimolo/risposta. Lo
stimolo condizionato (S.C.) del suono produce infatti una risposta
condizionata (R.C.), uguale a quella originaria, cioè sempre secrezione di
saliva, ma prodotta da uno stimolo diverso. Questo legame è nuovo ed è
frutto di esperienza. Da un riflesso non condizionato si è passati,
attraverso un processo di apprendimento, ad un riflesso condizionato. A
questo esperimento originario ne sono seguiti innumerevoli altri, tesi a
verificare l'influenza delle variabili impiegate. Si sono ad esempio
distinte le situazioni in cui lo stimolo condizionato precede lo stimolo
incondizionato di una frazione di secondo o di alcuni secondi e viene
mantenuto fino alla comparsa della risposta (condizionamento simultaneo o
differito) da quella in cui lo stimolo condizionato cessa prima che inizi lo
stimolo incondizionato (condizionamento di traccia). Altri esperimenti
prendevano in esame l'ampiezza o l'intensità della risposta condizionata
(quantità gocce di saliva), il numero di prove necessario per raggiungere la
risposta condizionata, il tempo che intercorre fra stimolo condizionato e
risposta condizionata, ecc. Tra i fenomeni emersi da questi esperimenti,
sono interessanti quelli relativi all'estinzione, al recupero spontaneo,
alla generalizzazione e alla discriminazione. L'estinzione si ha quando lo
stimolo incondizionato non viene più proposto. La quantità delle risposte
condizionate diminuisce un poco alla volta (nell'esempio il cane non saliva
più dopo un certo numero di volte in cui il suono viene proposto senza
cibo). Il mancato verificarsi della risposta condizionata non significa,
tuttavia, annullamento totale dell'apprendimento; prova ne è il fatto che
dopo un certo tempo, anche senza presentazione dello stimolo incondizionato,
essa appare ancora (nell'esempio il cane produceva saliva nell'undicesima e
dodicesima prova, anche se non ne aveva prodotta alla nona e alla decima).
Questo fenomeno fa ipotizzare che l'estinzione non produce tanto un oblio
quanto un'inibizione attiva della risposta condizionata (il cane non si è
dimenticato di produrre saliva, ma si è semplicemente detto che non ne vale
la pena...anche se dopo un poco ci ripensa e decide di provarci ancora
perché non si sa mai). Supponiamo che un cane produca una certa risposta
condizionata quando ode un certo suono. Cosa succede se gli proponiamo in
prove successive, sperimentalmente dosate, dieci suoni via via sempre più
diversi? In alcuni casi il suono sarà assimilato a quello originale
(generalizzazione), in altri casi ciò non avverrà (discriminazione). |
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Il condizionamento operante |
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Tutti abbiamo avuto occasione di osservare animali
comportarsi in un modo che ci è sembrato intelligente. Nelle situazioni
quotidiane è possibile vedere il cane che porge la zampa o porta il giornale
ripiegato in bocca o il gatto che riesce con un balzo a piegare la maniglia
di una porta e quindi ad uscire dalla stanza. Al circo è inoltre possibile
osservare scimmie che guidano mini/automobili o suonano il pianoforte,
colombi che si posano sul terreno o su tralicci formando figure geometriche,
ecc. Come hanno appreso questi animali a comportarsi in tal modo? Almeno a
prima vista il condizionamento classico non sembra in grado di portare a
tali risultati. Esso, infatti, evidenzia bene come può avvenire una
sostituzione dello stimolo, ma (essendo la R.I. e la R.C. uguali) non giunge
a spiegarci come avviene l'apprendimento di risposte completamente nuove. Il
condizionamento operante, viceversa, è finalizzato proprio alla produzione
di comportamenti nuovi e, proprio per questo motivo, è di gran lunga il più
usato per l'ammaestramento degli animali e in particolare per quelli da
circo. Nell'esperimento più classico condotto da B.F.Skinner, il padre del
condizionamento operante, un ratto, tenuto a digiuno per un periodo di tempo
sufficientemente lungo, viene posto in una gabbia. Nella gabbia vi è solo
una leva sporgente e un contenitore di cibo. Il ratto, affamato, si muove
continuamente, finché, ad un ceto punto, per caso, abbassa la leva.
Immediatamente arriva del cibo nel contenitore. Questa situazione continua
fino a quando il ratto non ha imparato a premere la leva quando ha fame. Il
cibo ha sempre più rinforzato positivamente l'atto di premere la leva. Anche
in questo condizionamento, come nel caso di quello classico, sono state
apportate numerose varianti e complicazioni all'esperimento di base, per
analizzare l'influenza delle variabili implicate. Sembra utile soffermare
l'attenzione su alcuni aspetti relativi al rinforzo parziale, al rinforzo
secondario, alla modellazione del comportamento e alla punizione o rinforzo
negativo. Il rinforzo parziale si ha, nel nostro esperimento base, quando il
cibo non viene dato ad ogni pressione della leva, ma solo alcune volte (ad
esempio: una volta ogni quattro; con un intervallo fisso; dieci volte ogni
cento; con un intervallo variabile; dopo un certo periodo di tempo; con un
intervallo fisso o variabile). In un esperimento con un piccione, ad
esempio, vi era un rinforzo in media ogni cinque minuti, anche se il
piccione beccava un disco illuminato, che aveva la stessa funzione della
leva per il ratto, circa seimila volte all'ora. Importante è sottolineare
che in situazioni diverse il rinforzo parziale porta all'estinzione del
comportamento meno spesso del rinforzo continuo. L'animale non si scoraggia
di fronte alla mancanza di cibo, fiducioso, sulla base dell'esperienza
precedente nella quale prima o dopo esso arriverà. Il rinforzo secondario si
ha, ad esempio, quando al premere della levetta da parte del ratto, viene
dapprima prodotto un certo suono a cui subito dopo segue il cibo. Dopo un
sufficiente numero di prove, atto a stabilire l'associazione suono/cibo,
all'abbassamento della leva non segue né il suono né il cibo. In un terzo
momento, infine, alla pressione della leva segue solo il suono. In questo
caso, il ratto abbasserà la leva sempre più frequentemente. Il suono è
diventato un rinforzo secondario ed ha una efficacia almeno in parte simile
a quella che precedentemente aveva il cibo. Il rinforzo secondario amplia
notevolmente la possibilità di condizionamento, consentendo di usare altri
rinforzi oltre al cibo e l'acqua. La modellazione del comportamento avviene
in modo progressivo. I comportamenti degli animali del circo, a cui
accennavamo precedentemente, sono spesso dovuti ad un processo di
condizionamento basato su approssimazioni successive. Ad esempio un piccione
è stato rinforzato con del grano, prima quando teneva la testa ad altezza
normale, poi quando la alzava un poco più alta della media e infine quando
teneva il collo teso verso l'alto. Con questo metodo si possono ottenere
risultati notevoli: ad esempio due coniugi americani avevano addestrato un
maialino, Priscilla, ad accendere la televisione, a fare colazione a tavola,
a mettere dei panni sudici in un paniere, ad usare un aspirapolvere, ecc.
Priscilla non era particolarmente dotata, prova né è il fatto che le
Priscille erano molte. Infatti, poiché i maiali crescono rapidamente, era
necessaria una sostituzione e quindi un nuovo addestramento ogni 3/5 mesi.
La punizione o rinforzo negativo che effetto ha sul processo di
apprendimento? Attualmente non è facile fornire una risposta univoca.
Esperimenti diversi sembrano fornire dati contradditori: in alcuni casi la
punizione (ad esempio una lieve scossa elettrica somministrata al ratto dopo
che questi, in una fase in cui è già avvenuto il condizionamento, ha
abbassato la leva) sembra accelerare il processo di estinzione (per cui il
ratto preme sempre meno la leva); in altri casi si è però osservato che non
appena la punizione non viene più somministrata, il ratto ritorna a premere
la leva con la stessa frequenza con cui la premeva prima di ricevere le
punizioni. In questi casi l'effetto della punizione è stato del tutto
temporaneo. In altri casi ancora, infine, è stato notato un effetto
particolarmente interessante: la punizione portava ad una risposta rigida,
persistente. Se dopo la punizione si innestava il normale processo di
estinzione (cioè, non si dava più cibo anche se veniva abbassata la leva),
l'animale si dimostrava più rigido e meno pronto ad estinguer il proprio
comportamento. In sintesi, sembra che il ricorso alla punizione comporti il
rischio sia di un risultato del tutto effimero e temporaneo sia di portare
l'animale ad un comportamento particolarmente rigido e perciò meno
disponibile all'apprendimento. |
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L'apprendimento attraverso mappe cognitive |
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Uno strumento molto usato per studiare il comportamento
degli animali è il labirinto. Fin dagli inizi del 1900 si poté constatare
che i ratti erano in grado di imparare qual era la via giusta anche in un
labirinto di notevole complessità. Come avveniva questo apprendimento? Quali
erano gli indici utilizzati? Olfattivi, tattili, visivi, cinestesici? Anche
questo tipo di apprendimento è spiegabile in termini di stimolo/risposta?
Sono stati proposti almeno due diversi modelli interpretativi. Il primo,
coerente con quanto già esposto sul condizionamento operante, sostiene che
l'apprendimento è dovuto ad una serie di stimoli/risposte, in cui gli
stimoli sensoriali (di qualsiasi natura essi siano, ad esempio olfattiva o
cinestesica) hanno la funzione di provocare le risposte condizionate a cui
essi sono stati precedentemente associati. Un secondo modello
interpretativo, proposto soprattutto da Edward Tolman, sostiene che
l'apprendimento è dovuto ad una "rappresentazione schematica mentale" o
"mappa cognitiva" della situazione. Un esperimento condotto da Tolman e
Honzig depone a favore di questo secondo modello interpretativo. Alcuni topi
affamati e suddivisi per gruppi vennero posti in un labirinto complesso. Un
primo gruppo venne sempre ricompensato per tutta la durata dell'esperimento
(ventidue giorni) con del cibo posto alla fine del labirinto. Un secondo
gruppo venne ricompensato solo a partire dall'undicesimo giorno di prove. Un
terzo gruppo non venne mai ricompensato. L'ipotesi fondamentale
dell'esperimento era la seguente: gli animali del secondo gruppo al momento
della ricompensa (undicesimo giorno) si troveranno già in possesso di tutta
una serie di conoscenze e di informazioni (acquisite senza rinforzo) da
utilizzare subito. Dovrebbero perciò giungere ad un apprendimento assai più
rapidamente dei ratti del primo gruppo. I dati dell'esperimento sembrano
confermare questa ipotesi. Si parla in questo proposito di apprendimento
latente, cioè di un apprendimento non espresso, ma in qualche modo presente
ed utilizzato solo al momento opportuno. La ricompensa, secondo questa
teoria, ha funzione di indicare sia che è giunto il momento di utilizzare
alcune informazioni o conoscenze precedentemente apprese, sia quali sono le
conoscenze da utilizzare. |
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L'apprendimento mediato dell'intelligenza |
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Gli studi relativi al condizionamento classico e a quello
operante sono stati condotti, come sappiamo, nell'ottica
associazionista/comportamentista. Attualmente la grande maggioranza degli
studiosi ritiene che i risultati a cui si è approdati con tali ricerche
siano interessanti, ma non esaustive. In ogni caso c'è una diffusa
convinzione che essi non siano in grado di spiegare i comportamenti umani
più complessi, cioè quelli che coinvolgono gli aspetti cognitivi. Si tende
perciò a contrapporre agli apprendimenti per condizionamento quelli che
avvengono su base cognitiva. Si considerino i problemi che seguono. 1.Come
si possono formare, con sei segmenti uguali, quattro triangoli equilateri
aventi i lati della stessa misura dei segmenti? 2. Date dieci pile di dieci
monete ciascuna, sapendo che nove di queste pile sono formate da monete da
dieci grammi, come si può individuare la pila contenente le monete da nove
grammi basandosi su una sola pesata effettuata con una bilancia ad un
piatto? 3.Vi sono ventiquattro palline, identiche per forma, colore e
dimensione. Una di esse pesa, però, più delle altre. Come si può pervenire a
riconoscerla attraverso tre sole pesate effettuate su una bilancia a due
piatti, utilizzando le stesse palline come pesi? 4.Due locomotive distanti
fra loro cento miglia si vengono incontro. La locomotiva diretta a est
viaggia alla velocità di sessanta miglia orarie, quella diretta ad ovest
alla velocità di quaranta miglia orarie. Un uccello partito da una
locomotiva, vola vanti e indietro da una locomotiva all'altra, senza
fermarsi o perdere velocità al momento di invertire rotta. L'uccello vola
alla velocità costante di ottanta miglia orarie. Problema: che distanza
percorrerà l'uccello dal momento in cui è partito fino al momento in cui i
due treni si incontrano? Supponiamo ora che qualcuno abbia risolto almeno
uno di questi problemi. Grazie a quali processi di apprendimento ciò è
avvenuto? Questi fenomeni sono spiegabili nei termini del condizionamento
classico o di quello operante? Allo stato attuale delle nostre conoscenze,
l'affermazione che anche questi tipi complessi di apprendimento sono
riconducibili a modalità di apprendimento per condizionamento sembra più un
atto di fede che il risultato di verifiche sperimentali. I casi presentati
possono sembrare esempi limitati, ma in realtà testimoniano una modalità di
conoscere tipica dell'uomo: la risoluzione di problemi attraverso
ristrutturazione intellettuale. |
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Imparare ad imparare e metacognizione |
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Quello che noi percepiamo non è condizionato solamente
dalle possibilità offerte dai nostri organi di senso, ma anche da altri
fattori cognitivi. Memoria, attenzione, intelligenza condizionano i nostri
apprendimenti su base percettiva. Gli esempi potrebbero essere innumerevoli.
Limitiamoci a farne uno. Consideriamo due persone, di cui una sola è maestro
di musica, la loro percezione di uno spartito è molto diversa. Quanto detto
sopra risulta ancor più chiaro se abbiamo presente che la conoscenza da noi
ottenuta a livello percettivo è spesso dovuta ad una vera e propria attività
di analisi a che l'analisi è guidata non tanto dagli organi di senso quanto
dalla mente, che formula ipotesi, ricerca, verifica, ecc. Con il passare del
tempo si tende a diventare più abili (sia in generale, sia nello specifico)
nel percepire le caratteristiche delle realtà. In questo modo non solo
apprendiamo sempre utilizzando la percezione, ma apprendiamo anche ad
effettuare in modo sempre più adeguato l'analisi percettiva. Nel primo caso
è opportuno parlare di "apprendimento su basi percettive", nel secondo
possiamo parlare di "apprendimento percettivo" (nel senso che è migliorata
la capacità percettiva). In altre parole abbiamo imparato a conoscere
meglio. Analogamente si può parlare di apprendimento attentivo, mnemonico ed
intellettuale nei casi in cui l'individuo ha imparato ad usare meglio la
propria attenzione, la propria memoria e la propria intelligenza. Per
riferirsi alle capacità dell'individuo di utilizzare nel modo più adeguato
le proprie funzioni cognitive da una ventina d'anni si utilizza anche il
termine "metacognizione". Supponiamo di dover moltiplicare a mente
diciassette per quindici. Quale strategia utilizziamo? Diciassette per
dieci, poi diciassette per cinque e poi sommiamo i due risultati? Oppure
facciamo quindici per quindici, poi quindici per due e sommiamo i risultati?
Oppure diciassette per diciassette, poi diciassette per due e sottraiamo il
secondo risultato dal primo? Quale è la strategia più adeguata? L'ultima
strategia sembra decisamente la meno economica. Vi possono tuttavia essere
dei casi in cui essa può essere utile. Supponiamo, ad esempio, di dover
moltiplicare venti per diciannove. Può essere utile fare venti per venti
meno venti. Si può tuttavia obiettare che ancor meglio è fare diciannove per
due per dieci. Il problema, comunque, in questo contesto non è stabilire
come si fanno le moltiplicazioni a mente. Si trattava solo di esempi per
evidenziare che la nostra mente non si limita ad usare strategie di
soluzione di problemi, ma ha anche il compito di regolare i processi di
conoscenza (processi metacognitivi), cioè di scegliere le strategie più
adatte, di pianificare il ragionamento, di controllare che le strategie
vengano utilizzate nel modo adeguato, di verificare i risultati,
eventualmente di riformulare un altro piano di intervento, ecc. Nel bambino
piccolo i processi metacognitivi sono solo agli inizi. Anch'essi grazie ai
processi maturazionali ed all'esperienza si sviluppano. Si apprende anche a
controllare l'apprendimento. |
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L'apprendimento di abitudini |
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Abbiamo fino ad ora considerato vari tipi di apprendimento
seguendo il criterio primitivo/evolutivo. In altre parole abbiamo
considerato dapprima gli apprendimenti possibili anche nelle forme
biologiche più primitive per passare poi a quelli più evoluti, resi
possibili dall'uso dell'intelligenza. In questa parte è opportuno analizzare
altri tipi di apprendimento non facilmente classificabili secondo il
criterio primitivo/evolutivo. Ad esempio è possibile apprendere abitudini
particolarmente semplici o notevolmente raffinate, imitare come i pappagalli
o riprodurre in modo eccezionale la voce di un'altra persona, apprendere per
prove ed errori la strada di un labirinto oppure le leggi fisiche relative
ad un esperimento che comprende molte variabili, apprendere, a livello
motorio, a chiudere la mano oppure a guidare l'automobile. Vi sono delle
situazioni che ci ricordano facilmente quanto l'apprendimento di abitudini
possa essere tenace. Basta pensare alla nostra attività quotidiana. Alla
mattina, appena alzati, forse ancora mezzi addormentati, quante cose
facciamo per abitudine. Possiamo ricordarne alcune: lavarsi, vestirsi, fare
colazione, preparare ciò che ci servirà per la scuola o per il lavoro, ecc.
Come abbiamo anticipato vi sono, tuttavia, abitudini presenti anche in
attività molto sofisticate: nella programmazione di una ricerca, nella
conduzione di una automobile in una gara di formula 1, in un esercizio sul
trapezio effettuato in un circo, nel giocare una partita di calcio, ecc.
Caratteristico dell'abitudine è il fatto che l'apprendimento si basi non su
un apprendimento singolo, ma su una vera e propria classe di comportamenti
(cioè su tanti comportamenti fra loro simili). Ogni nuovo comportamento
rinforza l'abitudine precedente. L'abitudine, inoltre, tende a
cristallizzarsi, nel senso che non è facile da modificare. Essa si impone
senza bisogno di atti di decisione da parte del soggetto. In altre parole
tende ad essere automatica. L'abitudine ha un verso, nel senso che l'ordine
con cui vengono compiute le varie azioni tende ad essere sempre lo stesso.
Ogni azione è preceduta da una azione che tende ad essere sempre la stessa
ed è seguita da un'altra sempre uguale. La sequenza invariante definisce
un'abitudine. Date queste premesse è ovvio che non è facile cambiare una
abitudine. Le abitudini possono essere sia particolarmente primitive, sia
molto evolute. Quando sono primitive esse sono spiegabili con le leggi del
condizionamento. Negli altri casi, cioè quando l'influenza dell'intelligenza
è significativa, tali leggi non sono più sufficienti. |
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L'apprendimento per imitazione |
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Una visita allo zoo ed in particolare ai pappagalli, alle
gracule religiose ed alle scimmie non lascia dubbi sulle capacità imitative
degli animali. L'attività imitativa è fondamentale anche nell'uomo. Il
neonato ha a disposizione possibilità imitative che non devono essere
sottovalutate. Si tratta di capacità innate, che si manifestano fin dai
primi mesi/giorni/ore di vita. Con il progredire dell'intelligenza le sue
capacità imitative si sviluppano ulteriormente. A partire dai diciotto mesi
di vita circa, inoltre, egli diventa capace di imitare anche situazioni
percettivamente non presenti. I primi studi dell'apprendimento avevano
decisamente trascurato il ruolo dell'imitazione nell'apprendimento, cercando
di ridurre tutto l'apprendimento alle leggi presenti nel condizionamento
classico ed in quello operante. Come per altri casi, gli studiosi al di
fuori dell'ottica comportamentista avevano criticato questa posizione, ma le
loro osservazioni furono poco considerate fino a quando all'interno della
stessa ottica comportamentista alcuni studiosi, tra cui Bandura,
sottolinearono l'importanza anche di questo tipo di apprendimento. A quel
punto la teoria comportamentista, comunque, era ormai in declino e sempre
più importanza stavano acquisendo le posizioni cognitiviste. |
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L'apprendimento per prove ed errori |
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Consideriamo l'apprendimento del percorso di un labirinto
da parte di un ratto. E gli apprendimenti presenti in uno scienziato che
formula ipotesi, poi verifica, modifica le proprie ipotesi, costruisce
un'altra situazione sperimentale, verifica ulteriormente, ecc. In tutte e
due i casi si può parlare di apprendimento per "prove ed errori" o più
precisamente di "apprendimento per prove e valutazione dei risultati".
Evidentemente con questa espressione ci si riferisce ad un modo generale di
apprendere, che risulta più o meno evoluto a seconda del fatto che esso si
realizzi con o senza l'intervento dell'intelligenza. Nella sua forma più
elementare il comportamento per prove ed errori segue molte delle leggi del
condizionamento operante. Ai livelli più raffinati, viceversa, esso è un
vero e proprio apprendimento basato sulla utilizzazione del pensiero
formale. |
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L'apprendimento motorio |
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Vi sono degli apprendimenti motori elementari, come quelli
degli animali, che è possibile spiegare ai principi evidenziati dal
condizionamento classico e da quello operante. Vi sono tuttavia degli
apprendimenti motori anche molto complessi, che richiedono ulteriori
approfondimenti e per i quali è evidente l'influenza dei processi cognitivi
superiori. Guidare una automobile, sciare, giocare a tennis o a calcio,
danzare, scrivere con una tastiera, ecc. La ricerca ha evidenziato che
l'apprendimento delle abilità motorie complesse segue dei principi specifici
su cui è opportuno soffermare la nostra attenzione. Nel caso di azioni
motorie molto complesse ci troviamo di fronte a strutture ritmiche unitarie,
composte da sequenze di movimenti preordinati e troppo rapidi per poter
essere spiegati sulla base della relazione temporale fra lo stimolo
condizionato e la risposta condizionata. Per esempio, la successione delle
pressioni sui tasti, nel caso di un bravo pianista, costituisce una sequenza
preordinata e troppo rapida per poter essere spiegata affermando che
ciascuna pressione del singolo tasto produce una nota che costituisce lo
stimolo condizionato della successiva pressione condizionata di un altro
tasto. In parole semplici, il bravo pianista, al contrario di un
principiante, non aspetta certo di udire una nota per produrre la nota
successiva. Al termine dell'apprendimento delle abilità motorie complesse è
possibile raggiungere un livello di automazione assai elevato, com'è facile
rilevare qualora si osservi una dattilografa esperta, capace di scrivere a
macchina alla velocità del linguaggio parlato e senza mai guardare la
tastiera. Al contrario di quanto avviene nel caso del condizionamento, la
consapevolezza è presente e persino necessaria nelle fasi iniziali
dell'apprendimento di un'abilità motoria complessa. Per esempio, la persona
che sta imparando a guidare è acutamente consapevole di tutti i propri
movimenti, come lo sterzare, l'ingranare la marcia, il frenare, ecc. Nelle
fasi ulteriori dell'apprendimento la consapevolezza invece si ritrae, avendo
esaurito la propria funzione di avviamento, e viene sostituita da
automatismi sempre più perfezionati. Non solo, ma la sua accidentale
ricomparsa in queste fasi ulteriori dell'apprendimento può seriamente
danneggiare il risultato. Il modo migliore per far sbagliare una brava
dattilografa consiste nel chiederle di concentrarsi sui singoli tasti o
sulle singole battute. L'apprendimento delle abilità motorie complesse si
articola in tre tappe di carattere generale: inizialmente il soggetto
differenzia le componenti principali dell'abilità motoria; successivamente
egli apprende ad eseguire con efficienza crescente i movimenti minori
appartenenti a ciascuna delle suddette componenti; infine, egli apprende a
coordinare con efficienza crescente le componenti principali. Generalmente
l'apprendimento delle abilità motorie complesse segue un andamento
caratteristico: le componenti principali vengono differenziate e apprese in
modo rapido; le difficoltà cominciano invece quando si tratta di coordinare
fra loro le componenti principali, ed è infatti questo punto che
l'apprendimento segna una vistosa battuta d'arresto, detta "plateau",
durante la quale l'esercizio, per quanto intenso e tenace, non riesce a
migliorare la prestazione individuale; l'organismo ha bisogno di una sorta
di "pausa di recupero", e si rende insensibile, finché essa sussiste, a
qualsiasi sollecitazione esterna. Successivamente la situazione di stallo si
sblocca in modo improvviso, cioè scatta o si perfeziona la coordinazione fra
le componenti principali. Il processo continua nel medesimo modo
discontinuo, fino a un limite massimo di rendimento, che varia da individuo
a individuo. Le sensazioni visive e uditive, con il progredire
dell'apprendimento dell'abilità motoria complessa, tendono ad essere sempre
più sostituite dalle sensazioni propriocettive, che ci vengono trasmesse dai
muscoli e dalle articolazioni del corpo. |
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