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Fabio G. Mori
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 


 IL CALCIO all’inizio del 3° millennio-pensieri in libertà
di
Piero Carnacina


C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico. 

Ho avuto occasione di analizzare con molta calma e con il giusto tempo, l’attuale situazione dei Settori Giovanili.

Capillare ricerca di talenti da parte delle grandi squadre, cura e professionalità nella ricerca, organizzazione  meticolosa dei Settori Giovanili delle squadre professioniste e non; e allora perché c’è quest’aria di imminente catastrofe, questa convinzione generalizzata che qualcosa non va. Perché i talenti non fioriscono come dovrebbero, perché l’entusiasmo dei ragazzi quando arrivano ai 16-18 anni scema con crescente e preoccupante progressione?

Se restiamo ancorati ai luoghi comuni, ci viene da dire: “I giovani sono così, hanno sempre meno voglia di soffrire, hanno tutto e il contrario di tutto, pertanto è normale che non vogliamo e non riescano più a sacrificarsi.”

E’ facile parlare così, ma è una vita che sento questi discorsi, da sempre la generazione precedente critica quella attuale. Il problema è a monte, è in noi, in noi che li alleniamo, in noi che siamo permeati di ottusità e presunzione, in noi che ormai maturi, non riusciamo ad adeguarci ad una società in continuo vorticoso mutamento.

Pensiamo, per esempio, ai telefonini cellulari e alla impetuosa rivoluzione nelle abitudini, nei rapporti interpersonali, che questo piccolo oggetto sta provocando, un nuovo linguaggio sta emergendo dai messaggi che i giovani si inviano continuamente.

Il mondo cambia, cambiano le abitudini, il linguaggio, e noi no, noi siamo fermi alle nostre consolidate abitudini, al nostro sempre uguale modo di rapportarci coi giovani.

Dobbiamo studiare, non solo schemi e sistemi di allenamento, ma psicologia spicciola, dobbiamo occuparci dei piccoli uomini che ci vengono affidati e che si affidano a noi, dobbiamo rispettare la loro unicità, la loro capacità critica, la loro voglia di capire. Sono diversi da come eravamo noi, molto diversi, la timidezza è praticamente scomparsa, non hanno alcun timore di confrontarsi con noi adulti, vogliono capire, vogliono essere aiutati a capire.

E’ necessario mettersi in discussione, comprendere che quella che ieri era una verità assoluta, oggi possa essere un qualcosa da ridisegnare.

COSA FARE ? 

·        PARLARE

·        ASCOLTARE

·        CONFRONTARSI

·        SPIEGARE

·        FARLI DIVERTIRE

·        RISPETTARLI

·        DARE PIU’ DI QUELLO CHE SI RICEVE (lo apprezzano molto)

·        ATTENTI A NON SBAGLIARE (te lo rinfacciano subito)

·        COMPLICITA’ (immedesimarsi nei loro problemi)

·        SEVERITA’ (non la disprezzano)

·        COMPRENSIONE (ne hanno bisogno) 

RAPPORTARSI CON LORO  quasi alla pari, la differenza di età esiste, ma ascoltare quello che hanno da dirci (anche se possono sembrare delle stupidaggini), perché alla loro età hanno diritto di essere “stupidi” . Lo eravamo anche noi, solo che per  timore tenevamo la nostra “stupidità” nascosta, non avevamo coraggio di affrontare gli adulti.

Le nuove generazioni sono abituate a parlare, a ribattere, a contestare, a discutere.

Era più comodo prima, quando sembrava ci stessero ascoltando.

E’ più difficile ora che bisogna spiegare, parlare, convincere, ma è anche più gratificante. Bisogna addirittura stimolare di più il confronto, incoraggiarli a prendere delle decisioni e fare delle scelte, Perché se è vero che sono più sciolti, più liberi è altrettanto vero che non sono abituati a prendere delle decisioni, visto che c’è sempre qualcuno che pensa per loro, in casa, a scuola e nello sport.

 

A me sta succedendo qualcosa di strano, a scuola dove lavoro (in segreteria) vengono a trovarmi parecchi ragazzini, addirittura 10-12 durante l’intervallo, sia maschi che femmine ( a fare filò) come dicevano i nostri “vecchi”.

Ho sempre avuto un buon rapporto coi ragazzini, ma ora sto notando, che sono proprio loro a cercarmi.

Hanno voglia di parlare con un “GRANDE”?. Con uno che pur essendo abbastanza avanti con gli anni (53 per la precisione) sa mettersi al loro livello, a parlare una lingua che comprendono e dal quale riescono a farsi capire.

Non sono sicuro che sia così, mi fa piacere pensarlo, ma certo qualcosa di nuovo c’è.

Parlare con loro, capirli, studiare il loro linguaggio non significa “calare le brache”, non per “dargliele tutte vinte”, ma per cercare di entrare in sintonia con il loro modo di essere.

Siamo educatori e pertanto quando  è necessario bisogna intervenire anche duramente perché le regole vengano rispettate, ma sempre tenendo presente la parabola del FIGLIOL PRODIGO. La porta deve essere sempre aperta, chiunque può sempre rientrare anche dopo aver sbagliato, e dovrà essere accettato dal gruppo nel migliore dei modi, aiutandolo a superare eventuali momenti difficili.

Non permissivismo, ma semplice comprensione , ricerca dei perché, non siamo dei giudici.

Il nostro compito non è quello di eliminare di “tagliare” ma quello di accettare.

Non devono gratificarci solo i risultati (peraltro importanti, è piacevole vincere), ma dobbiamo essere contenti quando riusciamo a collaborare fattivamente alla crescita di questi ometti alla ricerca di un futuro.

L’allenatore è un leader, cosa non da poco in un momento in cui mancano per tutti i punti di riferimento. La famiglia è in difficoltà, la scuola ristagna, non si evolve, della politica è meglio non parlare.

Gli istruttori sportivi possono avere una grande valenza nella crescita di questa gioventù alla disperata ricerca di motivazioni e  di esempi..

Dobbiamo essere coscienti di ciò e lavorare duramente per essere all’altezza di questo compito, e umilmente metterci costantemente in discussione, sensibili ai mutamenti continui di una società in veloce metamorfosi.

MENTALITA’

PROFESSIONALITA’

CULTURA SPORTIVA

Tutto questo è giusto se si vuole riuscire, ma non deve impregnarsi di tristezza, di noia.

Dove sta scritto che non si possa essere professionali anche divertendosi e sorridendo. Vedi spesso allenamenti di squadre giovanili in cui il divertimento è completamente bandito.

 

E’ UN GIOCO!!!

 

Bisogna divertirsi, i bambini devono tornare a casa dopo l’allenamento stanchi ma felici. Devono avere voglia di ritrovarsi coi compagni e, perché no, anche con l’allenatore.

Una seduta di allenamento è come una scala,  si deve salire scalino dopo scalino, ma ogni tanto ci deve essere anche un pianerottolo dove rifiatare.

Insegnare, con puntiglio, pretendere attenzione, ma lasciare sempre un po’ di spazio allo svago, al divertimento puro, non tendere troppo la corda.

Insegnare divertendo e divertendoci, non è facile ci vuole preparazione, carattere, voglia di mettersi in discussione, capacità carismatica di mantenere il giusto equilibrio tra pretendere e concedere.

Solo così il nostro lavoro sarà creativo e potremo mantenere intatta la capacità di sorprenderci.

 

Piero Carnacina
Allenatore di 3^ Categoria
Responsabile Tecnico del Settore Giovanile dell’U.S. DELTA 2000
Via Romagnoli, 1
45018 PORTO TOLLE