C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d’antico.
Ho avuto occasione di analizzare con
molta calma e con il giusto tempo, l’attuale situazione dei Settori
Giovanili.
Capillare ricerca
di talenti da parte delle grandi squadre, cura e professionalità
nella ricerca, organizzazione meticolosa dei Settori Giovanili
delle squadre professioniste e non; e allora perché c’è quest’aria
di imminente catastrofe, questa convinzione generalizzata che
qualcosa non va. Perché i talenti non fioriscono come dovrebbero,
perché l’entusiasmo dei ragazzi quando arrivano ai 16-18 anni scema
con crescente e preoccupante progressione?
Se restiamo
ancorati ai luoghi comuni, ci viene da dire: “I giovani sono così,
hanno sempre meno voglia di soffrire, hanno tutto e il contrario di
tutto, pertanto è normale che non vogliamo e non riescano più a
sacrificarsi.”
E’ facile parlare
così, ma è una vita che sento questi discorsi, da sempre la
generazione precedente critica quella attuale. Il problema è a
monte, è in noi, in noi che li alleniamo, in noi che siamo permeati
di ottusità e presunzione, in noi che ormai maturi, non riusciamo ad
adeguarci ad una società in continuo vorticoso mutamento.
Pensiamo, per
esempio, ai telefonini cellulari e alla impetuosa rivoluzione nelle
abitudini, nei rapporti interpersonali, che questo piccolo oggetto
sta provocando, un nuovo linguaggio sta emergendo dai messaggi che i
giovani si inviano continuamente.
Il mondo cambia,
cambiano le abitudini, il linguaggio, e noi no, noi siamo fermi alle
nostre consolidate abitudini, al nostro sempre uguale modo di
rapportarci coi giovani.
Dobbiamo
studiare, non solo schemi e sistemi di allenamento, ma psicologia
spicciola, dobbiamo occuparci dei piccoli uomini che ci vengono
affidati e che si affidano a noi, dobbiamo rispettare la loro
unicità, la loro capacità critica, la loro voglia di capire. Sono
diversi da come eravamo noi, molto diversi, la timidezza è
praticamente scomparsa, non hanno alcun timore di confrontarsi con
noi adulti, vogliono capire, vogliono essere aiutati a capire.
E’ necessario
mettersi in discussione, comprendere che quella che ieri era una
verità assoluta, oggi possa essere un qualcosa da ridisegnare.
COSA FARE ?
·
PARLARE
·
ASCOLTARE
·
CONFRONTARSI
·
SPIEGARE
·
FARLI DIVERTIRE
·
RISPETTARLI
·
DARE PIU’ DI QUELLO CHE SI RICEVE (lo apprezzano molto)
·
ATTENTI A NON SBAGLIARE (te lo rinfacciano subito)
·
COMPLICITA’ (immedesimarsi nei loro problemi)
·
SEVERITA’ (non la disprezzano)
·
COMPRENSIONE (ne hanno bisogno)
RAPPORTARSI CON
LORO quasi alla pari, la differenza di età esiste, ma ascoltare
quello che hanno da dirci (anche se possono sembrare delle
stupidaggini), perché alla loro età hanno diritto di essere
“stupidi” . Lo eravamo anche noi, solo che per timore tenevamo la
nostra “stupidità” nascosta, non avevamo coraggio di affrontare gli
adulti.
Le nuove
generazioni sono abituate a parlare, a ribattere, a contestare, a
discutere.
Era più comodo
prima, quando sembrava ci stessero ascoltando.
E’ più difficile
ora che bisogna spiegare, parlare, convincere, ma è anche più
gratificante. Bisogna addirittura stimolare di più il confronto,
incoraggiarli a prendere delle decisioni e fare delle scelte, Perché
se è vero che sono più sciolti, più liberi è altrettanto vero che
non sono abituati a prendere delle decisioni, visto che c’è sempre
qualcuno che pensa per loro, in casa, a scuola e nello sport.
A me sta
succedendo qualcosa di strano, a scuola dove lavoro (in segreteria)
vengono a trovarmi parecchi ragazzini, addirittura 10-12 durante
l’intervallo, sia maschi che femmine ( a fare filò) come dicevano i
nostri “vecchi”.
Ho sempre avuto
un buon rapporto coi ragazzini, ma ora sto notando, che sono proprio
loro a cercarmi.
Hanno voglia di
parlare con un “GRANDE”?. Con uno che pur essendo abbastanza avanti
con gli anni (53 per la precisione) sa mettersi al loro livello, a
parlare una lingua che comprendono e dal quale riescono a farsi
capire.
Non sono sicuro
che sia così, mi fa piacere pensarlo, ma certo qualcosa di nuovo
c’è.
Parlare con loro,
capirli, studiare il loro linguaggio non significa “calare le
brache”, non per “dargliele tutte vinte”, ma per cercare di entrare
in sintonia con il loro modo di essere.
Siamo educatori e
pertanto quando è necessario bisogna intervenire anche duramente
perché le regole vengano rispettate, ma sempre tenendo presente la
parabola del FIGLIOL PRODIGO. La porta deve essere sempre aperta,
chiunque può sempre rientrare anche dopo aver sbagliato, e dovrà
essere accettato dal gruppo nel migliore dei modi, aiutandolo a
superare eventuali momenti difficili.
Non
permissivismo, ma semplice comprensione , ricerca dei perché, non
siamo dei giudici.
Il nostro compito
non è quello di eliminare di “tagliare” ma quello di accettare.
Non devono
gratificarci solo i risultati (peraltro importanti, è piacevole
vincere), ma dobbiamo essere contenti quando riusciamo a collaborare
fattivamente alla crescita di questi ometti alla ricerca di un
futuro.
L’allenatore è un
leader, cosa non da poco in un momento in cui mancano per tutti i
punti di riferimento. La famiglia è in difficoltà, la scuola
ristagna, non si evolve, della politica è meglio non parlare.
Gli istruttori
sportivi possono avere una grande valenza nella crescita di questa
gioventù alla disperata ricerca di motivazioni e di esempi..
Dobbiamo essere
coscienti di ciò e lavorare duramente per essere all’altezza di
questo compito, e umilmente metterci costantemente in discussione,
sensibili ai mutamenti continui di una società in veloce
metamorfosi.
MENTALITA’
PROFESSIONALITA’
CULTURA SPORTIVA
Tutto questo è
giusto se si vuole riuscire, ma non deve impregnarsi di tristezza,
di noia.
Dove sta scritto
che non si possa essere professionali anche divertendosi e
sorridendo. Vedi spesso allenamenti di squadre giovanili in cui il
divertimento è completamente bandito.
E’ UN GIOCO!!!
Bisogna
divertirsi, i bambini devono tornare a casa dopo l’allenamento
stanchi ma felici. Devono avere voglia di ritrovarsi coi compagni e,
perché no, anche con l’allenatore.
Una seduta di
allenamento è come una scala, si deve salire scalino dopo scalino,
ma ogni tanto ci deve essere anche un pianerottolo dove rifiatare.
Insegnare, con
puntiglio, pretendere attenzione, ma lasciare sempre un po’ di
spazio allo svago, al divertimento puro, non tendere troppo la
corda.
Insegnare
divertendo e divertendoci, non è facile ci vuole preparazione,
carattere, voglia di mettersi in discussione, capacità carismatica
di mantenere il giusto equilibrio tra pretendere e concedere.
Solo così il
nostro lavoro sarà creativo e potremo mantenere intatta la capacità
di sorprenderci.
Piero Carnacina
Allenatore di 3^ Categoria
Responsabile Tecnico del Settore Giovanile dell’U.S. DELTA 2000
Via Romagnoli, 1
45018 PORTO TOLLE
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