Negli
ultimi decenni nei paesi industrializzati si sono avute
modificazioni dello stile di vita che hanno riguardato in
particolare le abitudini alimentari e l'attività fisica. Nel primo
caso, sia per la sempre più vasta proposta delle industrie
alimentari che per la riduzione della disponibilità oraria nelle
famiglie legata agli impegni di lavoro, si é avuta una sempre
maggiore diffusione di alimenti di facile preparazione o di pronto
utilizzo, che risultano spesso ad elevato contenuto in grassi. Nel
secondo caso, lo stile di vita ha teso sempre più verso la
sedentarietà grazie alla diffusione di TV e computer e alla
mancanza, soprattutto nelle grandi città, di spazi destinati allo
svolgimento di attività fisiche di tipo ricreati vo. L'aumento
dell'apporto calorico da un lato e la riduzione della spesa
energetica dall'altro hanno coinvolto tutte le età, e i loro effetti
possono essere visti sia negli adulti che nei ragazzi. La prevalenza
dell'obesità e di quella che viene chiamata sindrome metabolica,
cioè quell'insieme di fattori di rischio cardiovascolari
rappresentati da ipertensione arteriosa, ipertrigliceridemia, bassi
valori di colesterolo HDL, anomalie del metabolismo dei glucosio ed
iperinsulinemia, é andata infatti fortemente aumentando. Ciò ha
portato molti paesi interessati dal fenomeno, fra cui in primo luogo
gli Stati Uniti, ad avviare strategie di prevenzione incentrate
essenzialmente sull'educazione alimentare. Studi recenti indicano
però che nonostante la riduzione dell'introito alimentare di grassi
avvenuta nell'ultimo decennio, negli Stati Uniti circa il 25% dei
bambini risulta obeso, con un incremento del 20% nell'ultima decade
(Bar Or et al. 1998). Ciò ha portato a ritenere quale causa
principale dell'aumento dei livelli di obesità tra i bambini il
ridotto livello di attività fisica (Bar-Or, 1999; Goran, 1999;
Luepker, 1999; Rossner 1998). Il problema dell'obesità infantile é
molto sentito, anche perché molti bambini obesi diventeranno adulti
obesi, con elevati fattori di rischio per insorgenza di stati
patologici e bassa qualità di vita (Rossner 1998). Così,
l'associazione tra aumento di peso nell'adolescenza e la comparsa di
sindrome metabolica in età adulta é più che rilevante (Vanhala
1999). Allo stesso tempo, recenti studi sembrano riaffermare un
ruolo importante per l'attività fisica nel controllo del peso
corporeo. Tra questi, la segnalazione che un approccio basato solo
sull'intervento nutrizionale non é sufficiente per il trattamento a
lungo termine dell'obesità pediatrica (Pinelli et al.1999), e che
negli Stati Uniti si assiste ad un ulteriore incremento dell'obesità
infantile nonostante una riduzione dell'introito alimentare di
grassi (Bar Or et al. 1998). Il gioco del calcio si distingue da
altre attività sportive organizzate per la facilità di pratica
(diffusione delle strutture) nonché per l'assenza di un biotipo
caratteristico che può determinare una stretta selezione iniziale.
Nel 1991 la Sezione Medica del Settore Tecnico ha iniziato una
ricerca contraddistinta da due obiettivi [linee] principali: il
primo, definire le caratteristiche antropometriche e fisiologiche
del bambino praticante calcio nella fascia di età 8-12 anni ed a
confrontarle con quelle di coetanei non praticanti attività
sportiva; il secondo, seguire per cinque anni entrambi questi gruppi
di soggetti in modo da valutare l'influenza della pratica del calcio
sulle curve di sviluppo delle suddette caratteristiche
anatomo-funzionali nella fascia 8-17 anni. I partecipanti allo
studio sono stati sottoposti ad una serie di tappe schematizzate in
figura 1. Sono state complessivamente effettuate 926 visite, per un
range di età 8-17 anni. Una prima analisi di tipo trasversale, in
cui sono quindi entrati tutti i dati raccolti, delle caratteristiche
antropometriche ha mostrato che i due gruppi (calciatori e
controlli) erano praticamente sovrapponibili in tutte le fasce di
età per quanto riguarda il para- metro altezza, mentre il gruppo dei
calciatori mostrava valori statisticamente inferiori sia di peso
(nelle fasce di età 10-14 anni) che di massa grassa (nelle fasce di
età IO- 17). Inoltre, una valutazione preliminare dei questionari
alimentari ha mostrato che il gruppo dei calciatori presentava un
introito energetico lievemente superiore a quello dei sedentari, per
cui le differenze osservate non potevano essere ascritte ad un
minore introito calorico. Questi primi dati sembrano quindi indicare
una influenza positiva della pratica del calcio, anche con frequenza
solo bisettimanale, sui parametri di composizione corporea. Anche se
sarà necessaria una analisi più approfondita prima di giungere a
conclusioni in merito ai meccanismi di tale influenza, si possono
porre almeno due ipotesi:
1)il fatto, emerso dalla valutazione dei questionari riguardo
l'attività fisica svolta, che i ragazzi praticanti calcio
presentavano anche un livello di ulteriore attività fisica
"spontanea" superiore a quello dei controlli;
2)Ia presenza di una maggiore educazione e consapevolezza alimentare
nell'ambiente anche non strettamente tecnico circostante i giovani
calciatori, con conseguente maggiore attenzione rivolta sia dalle
famiglie che dai bambini stessi nei confronti delle scelte
alimentari.
In questa ottica, il gioco del calcio può rivestire un importante
ruolo sociale attraverso una duplice azione: la prima diretta, di
miglioramento del benessere psico-fisico dovuto alla pratica
sportiva in se; la seconda indiretta di intervento in senso positivo
sulle abitudini di vita, sia mediante l'incremento dell'attività
fisica spontanea che l'adozione di più corrette abitudini
alimentari. Questa seconda azione risulta ancora più importante in
considerazione del dato che solo gli interventi capaci di modificare
le abitudini di vita sembrano rivelarsi efficaci nel trattamento a
lungo termine dell'obesità infantile.

Fig.1
Schema generale ricerca Coverciano
|